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Glossario

Leonardo Sciascia
Nasce a Racalmuto (Agrigento) nel 1921. Maestro elementare fino al 1957, esordisce come narratore con Le parrocchie di Regalpetra (1956), cronache di un immaginario paese della Sicilia. Nell'isola trovano ambientazione molte altre opere come gli Zii di Sicilia (1958), i romanzi sulla mafia e sulla sua impenetrabile rete di omertà, Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), i racconti de Il mare colore del vino (1971). Ma la Sicilia, con il suo concentrato di problemi, è spesso solo un punto di partenza, una metafora della complessità: storie svolte con intrecci accattivanti da romanzo giallo, sostenute da un linguaggio limpidissimo, inducono a più larghe riflessioni sulle sorti dell'intero paese e sulla contemporaneità. Vi sovrintende l' illuminismo di un intellettuale profondamente immerso nel razionalismo della cultura europea e quanto mai attento alle tormentate tensioni che percorrono, soprattutto a partire dagli anni '70 la società italiana. Diventa più allusiva, ne Il contesto (1971), in Todo modo (1974) o ne I pugnalatori (1976) la rappresentazione - denuncia di un potere politico, teso, con ogni mezzo, all' autoconservazione. Altro filone è quello dei romanzi inchiesta o di ricostruzione indiziaria: La scomparsa di Majorana (1975), L'affaire Moro (1978), come già Il consiglio d'Egitto (1963) conducono alla scoperta di un' "altra storia", nascosta dietro a più o meno noti accadimenti, e riproposta con inedite chiavi di lettura. Editorialista per importanti quotidiani, Sciascia vive anche due brevi stagioni di impegno politico, da deputato indipendente nelle liste del PCI, nel 1976, e da parlamentare europeo radicale. Costante, come nel romanzo Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977), resta la sua volterriana diffidenza verso ogni ideologia. Negli ultimi anni, nonostante l'incalzare di una grave malattia, continua a scrivere in modo febbrile. I suoi saggi e aforismi sono raccolti in varie opere, da Nero su nero (1979) ad Alfabeto pirandelliano (1989).
Muore a Palermo nel 1989.

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Gesualdo Bufalino
Nasce nel 1920 a Comiso (Ragusa), dove vivrà quasi ininterrottamente, fino al momento della sua scomparsa. Affascinato fin da ragazzo dalla lettura e dallo studio, compie gli studi liceali a Ragusa e a Comiso, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia di Catania e di Palermo, ma nel 1942 è costretto a interrompere gli studi, perché richiamato alle armi. Catturato dai tedeschi, riesce a fuggire e a rifugiarsi in Emilia Romagna presso amici. Ammalatosi, deve affrontare un lungo periodo di degenza prima a Scandiano e poi nei pressi di Palermo. Le memorie di questo periodo ritorneranno, sotto forma di racconto apparentemente distaccato, nel romanzo Diceria dell'untore.
La parte successiva della vita di Bufalino è caratterizzata quasi esclusivamente dall'impegno nel lavoro di insegnante, dalla passione per gli studi letterari e anche dalla traduzione di alcuni classici della letteratura francese.
Emerge, quasi per caso e già in tarda età, alla notorietà letteraria per merito di Leonardo Sciascia, suo amico e conterraneo. E proprio a Sciascia (e talvolta a Pirandello) Bufalino è stato più volte accostato per lo stile, per l'enigmatica bellezza della scrittura, per la profonda sicilianità dei romanzi. Tra le opere più famose di questo scrittore schivo e appartato, il già citato Diceria dell'untore, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1981 e vincitore del premio Campiello, e Le menzogne della notte, con cui vince, nel 1988, il premio Strega.
Il suo ultimo romanzo è Tommaso e il fotografo cieco. Muore il 14 giugno 1996, poche settimane dopo la sua pubblicazione, in un incidente d'auto mentre sta rientrando nella sua Comiso dalla vicina Vittoria.

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Luigi Pirandello
Nasce ad Agrigento nel 1867, da un'agiata famiglia di sentimenti patriottici e anticlericali. Segue per propria inclinazione gli studi classici; frequenta l'università a Palermo, Roma e Bonn, tappa fondamentale della sua formazione per l'incontro con la cultura tedesca, gli studi di estetica, i primi saggi sulla questione della lingua, l'esordio poetico con Mal giocondo (1889). Tornato a Roma nel 1891, frequenta letterati e artisti veristi e neo veristi; scrive il primo romanzo Marta Ajala, (pubblicato nel 1901 con il titolo L'esclusa), poesie, recensioni e racconti. Questi ultimi saranno in tutto 246, raccolti nei 24 volumi di Novelle per un anno (1922 -1937). Nel 1893 sposa Antonietta Portulano, dalla quale avrà tre figli. Dal 1897 insegna per oltre vent'anni lingua e stilistica al magistero femminile di Roma. Il totale dissesto che investe nel 1903 il patrimonio di famiglia lo induce a intensificare l'attività di critico e scrittore. Al romanzo Il fu Mattia Pascal (1904), subito tradotto in tedesco, ne seguono molti altri, fra cui I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925). Nel 1910, stimolato dall'amico e commediografo Nino Martoglio, esordisce come autore teatrale, attività che presto lo assorbirà quasi totalmente. Dopo le commedie siciliane Pensaci Giacomino (1916), Il berretto a sonagli (1917) e La Giara (1917), assurge a fama internazionale con Sei personaggi in cerca d'autore (1921) ed Enrico IV (1922), ineguagliabile interprete dell'inquietudine dell'uomo moderno, le cui pretese di verità e coerenza appaiono però condannate all'insoddisfazione, perchè nulla esiste oggettivamente e l'individuo stesso non è quel che crede di essere.
Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, Pirandello si iscrive la partito fascista; ma i rapporti con il regime si deteriorano presto, per l'ostilità riservata alle sue opere. Egli stesso soggiorna sempre più frequentemente all'estero, accompagnando le tournée del Teatro d'Arte di Roma, da lui fondato e diretto. Insignito del titolo di Accademico d'Italia nel 1929, trascorre gli ultimi anni in solitudine, ai margini della cultura ufficiale. Nel 1934, mentre in Germania è vietata la rappresentazione delle sue opere, riceve il Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936.

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Giovanni Verga

Nasce a Catania nel 1840. Figlio di un grande proprietario terriero, segue l'impresa dei Mille animato da sentimenti liberali e patriottici, rintracciabili anche nelle sue prime opere letterarie I carbonari della montagna (1861) e Sulle lagune (1862). Nel 1865 abbandona gli studi universitari per trasferirsi a Firenze e cercare contatti con la società letteraria. Stringe amicizia con il conterraneo Luigi Capuana e scrive Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera (1871), romanzi ambientati nella società borghese ed elegante del tempo, che risentono dell'influenza romantica francese e testimoniano una vocazione letteraria ancora in formazione.
Dal 1872 si stabilisce a Milano, dove vivrà per trent'anni, frequentando gli ambienti culturali e mondani più in vista della città. Nel 1874 il bozzetto Nedda, tragica storia di una raccoglitrice di olive siciliana, segna il suo approdo al verismo. L'attenzione dello scrittore si rivolge non più all'artefatta irrequietezza borghese, ma ai ben più veri drammi umani che nascono dalla miseria e dell' arretratezza; l'accompagna la ricerca di un linguaggio scarno ed efficace, riecheggiante la semplice austerità della parlata popolare, che vorrebbe essere espressione di un punto di vista oggettivo, quasi che gli eventi narrati si producano da sè, come per necessità naturale. Teorizzato in Italia da Capuana, il verismo trova in Verga un interprete del tutto originale, capace di conferire liricità e commozione intensa alla descrizione della sua Sicilia. Un mondo di vinti e un tempo scandito più dal destino che dalla storia ispirano le sue opere più famose: i racconti di Vita dei campi (1880) e di Novelle rusticane (1883) e i due grandi romanzi, I malavoglia (1881), storia di una famiglia di pescatori di Aci Trezza distrutta dalla fatica e dalle disgrazie, e Mastro Don Gesualdo (1889), che ha per protagonista un popolano arricchito, guidato dall'unica ambizione di entrare a far parte del mondo dei signori, e destinato a una morte di desolata solitudine.
Nel 1903, dopo una serie di viaggi in Europa, Verga rientra a Catania, dove morirà nel 1922. Nella città natale trascorre, in un' accidiosa solitudine, lontano anche dall'impegno letterario, l'ultimo ventennio di vita. Non lo destano dal silenzio nè la nomina a senatore, nè le celebrazioni ufficiali decretate in occasione del suo ottantesimo compleanno.

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Fedro

Dialogo di Platone, collocabile nella fase della piena maturità della sua elaborazione filosofica. Oggetto del dialogo è l'amore nel suo rapporto con l'anima. L'anima è simile a un cocchio trainato da una coppia di cavalli alati, uno ubbidiente e docile, l'altro bizzoso e insofferente. L'auriga indirizza il carro verso il mondo delle idee, ma la resistenza del cavallo balzano tira l'anima verso il mondo sensibile.

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Vitaliano Brancati

Nasce a Pachino (Siracusa) nel 1907. Studia a Modica e a Catania, dove si laurea in lettere. E' stimolato dal padre, funzionario di prefettura, scrittore dilettante e fervido sostenitore del fascismo, a rinverdire le tradizioni letterarie di famiglia; collabora con giornali di regime ed esordisce con mediocri testi teatrali, inclini al fanatismo politico e al culto della personalità. Trasferitosi a Roma nel 1933, diventa redattore capo della rivista "Quadrivio"; si avvicina alle teorie estetiche di Croce e, anche in seguito alla frequentazione di scrittori come Alberto Moravia e Corrado Alvaro, matura una profonda crisi politica. Nel 1934 torna in Sicilia, per fare il professore di lettere negli istituti magistrali; nel 1935 ripudia, bollandoli come stupidaggini, tutti i suoi articoli giornalistici precedenti.
Artisticamente l'autocritica corrisponde alla scoperta del comico, sul modello di Gogol: ne è una prima espressione, intriso di amarezza ancorché stilisticamente imperfetto, il romanzo Gli anni perduti, pubblicato nel 1938 su "Omnibus". L'estro dell'autore si dispiega pienamente in Don Giovanni in Sicilia (1941), il romanzo di successo dove il gallismo il tema dominante, e nel piccolo capolavoro Il vecchio con gli stivali (1944), che mostra l'eccezionale capacità di definire, con una storia individuale, il misero quadro morale e politico di un'epoca.
Alla caduta del regime, Brancati inverte il suo fervore satirico, attribuendo ai vincitori la responsabilità di non riuscire a estirpare le colpe morali del fascismo: tematica ricorrente nelle note redatte per giornali e riviste e raccolte postume nel Diario romano (1961).
Capolavoro del dopoguerra è Il bell'Antonio (1949): come sempre impareggiabile nel tratteggiare con vivacissimi tratti la società medio e piccolo borghese della sua terra, l'autore si distingue anche per pagine di intensa drammaticità. Dalla Sicilia la scena si sposta a Roma con Paolo il caldo (1955), l'incompiuto romanzo di maggior tormento esistenziale. Al pessimismo che lo permea non è estranea la vicenda personale di Brancati, in particolare il fallimento del matrimonio contratto nel 1946 con l'attrice Anna Proclemer. Nel 1954 riaffiora una vecchia malattia. Muore a Torino in quell'anno, dopo un'operazione chirurgica.

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Elio Vittorini

Nasce a Siracusa nel 1908. Figlio di un ferroviere, che segue da bambino nei frequenti spostamenti per lavoro, lascia definitivamente la Sicilia nel 1924, dopo aver frequentato, senza terminarlo, un istituto tecnico. Lavora in Venezia Giulia presso un'impresa di costruzioni stradali. Invia i primi articoli e racconti a Curzio Malaparte, che li pubblica sui giornali da lui diretti. Dal 1929 collabora con la rivista "Solaria", per le cui edizioni escono la raccolta di racconti Piccola Borghesia (1931) e, a puntate, il romanzo Il garofano rosso (1933 -34).
Dal 1930 fa il correttore di bozze alla "Nazione" di Firenze, lavoro che abbandona quattro anni dopo, in seguito a un'intossicazione da piombo. Si mantiene allora facendo il traduttore di inglese e il consulente editoriale. Nel 1936, sull'onda emotiva della guerra di Spagna, abbandona la stesura di Erica e i suoi fratelli e matura un progressivo distacco dal fascismo. Pubblica Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna (1936) e, su la "Letteratura", Conversazione in Sicilia (1938 - 39), romanzo del ritorno alle proprie origini, dove, con una lingua liricizzata e un dialogo vivo e sprezzante, esprime una forte carica ideologica per la tematica del "mondo offeso".
Nel 1938 è a Milano. Consulente editoriale della Bompiani, contribuisce con l'antologia Americana (1942), osteggiata dalla censura, all'avvento in Italia della letteratura d'oltreoceano. Iscrittosi al PCI, partecipa alla resistenza. Nel 1945 dirige l'edizione milanese de "L'Unità" e fonda la rivista "Il Politecnico" (1945-47), sede di animate discussioni sul rapporto tra politica e cultura. Scrive Uomini e no (1945), romanzo dedicato alla resistenza a Milano e Il Sempione strizza l'occhio al Frejus (1947), allegoria sulla condizione umana nel dopoguerra.
Negli anni Cinquanta, allontanatosi dal Pci, intensifica la ricerca culturale e letteraria: E' direttore di collane presso Einaudi, dove fonda e dirige, insieme a Italo Calvino, la rivista "Il Menabò", e presso Mondadori. Nel 1957 pubblica gli scritti critici Diario in pubblico. Muore a Milano nel 1966. Usciranno postumi le riflessioni letterarie Le due tensioni (1967) e il romanzo incompiuto Le città del mondo (1969).

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Federico De Roberto
Nato a Napoli nel 1861, siciliano per parte di madre, studia a Catania ed è amico di Verga, che lo introduce nei salotti milanesi. Nel suo primo volume di racconti La sorte (1887) riecheggia, depurata da ogni afflato etico, la concezione verghiana dei "vinti". Nei successivi Documenti umani (1888) e Ermanno Raeli (1889), quest'ultimo un romanzo autobiografico, è invece più forte l'influsso dello psicologismo dello scrittore francese Paul Bourget, da De Roberto conosciuto in Sicilia.
La distaccata narrazione verista e la scrittura d'analisi e introspezione psicologica convivono nel secondo romanzo L'illusione (1891). Pochi anni dopo, nel 1894, compaiono I Viceré, grandioso affresco della vita aristocratica siciliana e acuta interpretazione del fallimento risorgimentale. Con questo romanzo, riabilitato in epoca assai più recente, dopo che lo stesso soggetto storico è stato ripreso da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, l'opera di De Roberto tocca la sua punta più alta. Poco significativi appaiono infatti i lavori di una ancor lunga carriera letteraria, fatta eccezione per alcune opere teatrali, come Il rosario (1912) e alcuni racconti ispirati dagli orrori della guerra come La Cocotte (1920) e La paura, pubblicato quest'ultimo nello stesso anno della morte, avvenuta a Catania nel 1927.

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Luigi Capuana

Nasce a Mineo (Catania) nel 1839. Di famiglia borghese, trascorre un'agiata giovinezza nel paese natale; tra i suoi primi scritti Garibaldi (1861), opera in versi di ispirazione romantica e patriottica. Trasferitosi nel 1864 a Firenze, è critico teatrale per la "Nazione" e frequenta i circoli artistici e letterari. E' amico di Verga, sui cui orientamenti influirà non poco; non meno significativa l' amicizia con un altro conterraneo, Leonardo Vigo, studioso del folklore, che lo sollecita ad approfondire la conoscenza di quella cultura e tradizione popolare da cui trarrà copioso materiale per fiabe e novelle.
Tornato in Sicilia nel 1869, per motivi di salute, è ispettore scolastico nel 1871, e sindaco del suo paese nel 1872. Nel 1877 si trasferisce a Milano e poi a Roma, dove dirige, dal 1882 al 1884, il "Fanfulla della Domenica". E' questa la sua stagione più feconda, come critico, scrittore, intellettuale attratto da discipline come la psicologia, la fisiologia, la patologia. Principale teorico del verismo, con costanti richiami al naturalismo francese, si dichiara fautore di un' osservazione scrupolosa della realtà: lo scrittore, alla stregua dello scienziato, non deve disdegnare le brutture umane, nelle quali più nettamente sono rintracciabili i fattori ambientali ed ereditari; e il linguaggio, per essere veritiero, deve essere il più possibile aderente al mondo e ai personaggi rappresentati.
Giacinta (1879) segna il debutto verista di Capuana; Il Marchese di Roccaverdina (1901), attenta rappresentazione psicologica di un nobiluomo siciliano e della sua travolgente passione per una contadina, fino al delitto e alla follia, è il suo romanzo più noto e riuscito. Molti gli altri lavori di narrativa: romanzi, come Profumo (1890); raccolte di novelle a sfondo regionale come Le paesane (1894) e le Nuove paesane (1898); lavori critici e teorici, come Studi sulla letteratura contemporanea (1880 - 82). Non meno importanti sono infine le raccolte di fiabe e novelle destinate ai bambini, Le ultime fiabe e C'era una volta (1882), e i romanzi per ragazzi, Cardello, Gambalesta e soprattutto Scurpiddu 1898.
Nuovamente sindaco a Mineo nel 1885, poi chiamato alla cattedra di letteratura italiana alla Facoltà di Magistero di Roma, Capuana conclude la carriera insegnando estetica e stilistica all'Università di Catania. Muore nella stessa città nel 1915.

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Salvatore Quasimodo

Nasce a Siracusa nel 1901. Figlio di un ferroviere, consegue il diploma di geometra. A Roma, nel 1921, mentre frequenta il Politecnico ed esercita per vivere diversi mestieri, intraprende privatamente gli studi di greco e di latino che tanta influenza eserciteranno sul suo stile futuro. Divenuto funzionario del genio civile, si sposta in varie regioni d'Italia, stabilendosi infine a Milano, dove insegna dal 1941 letteratura italiana al Conservatorio Giuseppe Verdi.
La sua storia poetica si divide in due periodi. Il primo, da Acque e terre (1930) a Ed è subito sera (1942), segna l'adesione all'ermetismo e a quella che da lui si è chiamata "poetica della parola". Con la drammatica esperienza della guerra, una "sconfitta per l'umanità", matura invece in Quasimodo una nuova concezione dei compiti del poeta, dando origine alla poetica del reale, espressa nella raccolta Con il piede straniero sopra il cuore (1946), in consonanza con la sofferenza e il dolore assunti come fatto collettivo. Sulla stessa linea di partecipazione umana e sociale sono le raccolte successive da La vita non è sogno (1949) a La terra impareggiabile (1958), a Dare e avere (1966).
Anche con l'attività di traduttore il poeta siciliano ci consegna pagine di ineguagliata bellezza dai Lirici greci (1940), all'Odissea (1945), dai poeti latini, ai tragici greci, al teatro di Shakespeare e Molière.
Nel 1959 è insignito del premio Nobel per la letterautura. Muore a Napoli nel 1968.

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Iacopo da Lentini
Poeta siciliano del XIII secolo (si hanno notizie di lui tra il 1233 e il 1240), esercitò la professione di notaio alla corte di Federico II. Nel Purgatorio Dante lo designa come "notaro" per antonomasia e lo riconosce come il fondatore della scuola poetica siciliana; nel De Vulgari Eloquentia lo cita come esempio dei poeti meridionali che hanno composto rime in volgare. Autore di un canzoniere che comprende una quarantina di liriche, Iacopo viene tradizionalmente riconosciuto come l'inventore del sonetto, perché è sua la più antica composizione in questa forma metrica giunta fino a noi.

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Vincenzo Consolo

Nato nel 1933 a Sant' Agata di Militello (Messina), laureato in giurisprudenza, esordisce nel 1963 nella narrativa con La ferita dell'aprile, romanzo autobiografico in cui ricorrono l'infanzia, il paesaggio messinese, gli anni del collegio. Dal 1968 vive e lavora a Milano. E' per qualche tempo, prima di dedicarsi interamente all'attività di scrittore, consulente della casa editrice Einaudi. Collabora a programmi e pubblicazioni della RAI. Ottiene il successo con Il sorriso dell'ignoto marinaio (1976), che si ispira storicamente, basandosi su un apparato di documenti d'archivio, a congiure antiborboniche avvenute in Sicilia nel periodo immediatamente antecedente l'impresa dei Mille. Il romanzo si inserisce nella tradizione della narrativa regionalistica trasfigurata dai simboli e dall'allegoria. Molto originale, vero e proprio laboratorio linguistico, appare la ricerca espressiva: una prosa frammista a poesia, ora barocca ora sperimentale, impasto di lingua letteraria e dialetto su vari registri stilistici. Dopo la favola teatrale Lunaria (1985), pubblica nel 1897 Retablo, ancora un romanzo di ambientazione storica, che ha per protagonista un gentiluomo milanese, in fuga dal mal d'amore e dalla cieca e dolente attualità della storia, e alla scoperta della Sicilia settecentesca. Ambientati nell'isola, ma con un impegno civile che riporta all'attualità, sono i racconti e le prose memorialistiche di Le pietre di Pantalica (1988): alle illusioni del dopoguerra fa seguito lo sdegno, l'amarezza, il senso di sconfitta per il riconsolidarsi di secolari poteri, per un'immobilità dominata dalla mafia, a cui si accompagna un generale sfacelo ecologico e culturale.
Nel 1992 Consolo vince il premio Strega con Nottetempo casa per casa (1992), romanzo di uno scrittore alla ricerca delle proprie radici nella Sicilia degli anni Venti, fra Cefalù e Palermo.

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Andrea Camilleri
Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, è sceneggiatore e regista teatrale e televisivo. Esordisce nella letteratura nel 1978 con Il corso delle cose, ma è noto al grande pubblico solo una ventina di anni dopo, quando la casa editrice Sellerio pubblica alcune sue opere. Da allora diventa un caso editoriale per lo straordinario successo soprattutto di pubblico.
Molti suoi romanzi e racconti sono ambientati a Vigata, un' immaginaria città della Sicilia. Alcuni, come Il cane di terracotta, Il ladro di merendine, La voce del violino, sono ambientati nell'attualità e hanno per protagonista il commisario di polizia Montalbano. Altri, come Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Un filo di fumo, La strage dimenticata, sono di ambientazione storica e si svolgono nella Sicilia della seconda metà dell' Ottocento.

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Libertà
E' il titolo di una celebre novella di Giovanni Verga in cui lo scrittore descrive i fatti accaduti a Bronte, un paese in provincia di Catania, nell'agosto 1860, quando i contadini, sull'onda delle speranze suscitate dalla spedizione dei Mille, insorsero contro i proprietari e i potenti del luogo, reclamando la spartizione delle terre. "Libertà" per i contadini affamati, non significava monarchia costituzionale o nuovo Stato unitario, ma si identificava innanzitutto con il pane, cioè con il possesso della terra. Invece all'esplosione libertaria, seguirono l'arrivo delle camicie rosse, le fucilazioni indiscriminate sulla piazza del paese, un lungo processo con le condanne all'ergastolo.
Verga racconta la carneficina compiuta dalla folla con un'ombra di distacco, quasi accennando a una visione satirica delle pretese libertarie. Nella descrizione del processo emerge però soprattutto l'opaca rassegnazione dei disperatati rivoltosi, la loro incapacità di redimersi, la condanna a un destino di oppressione.

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Famiglia Toscano
E' la famiglia di Aci Trezza le cui vicende sono narrate nel romanzo di Verga I Malavoglia. "Malavoglia" è appunto il soprannome scherzosamente ingiurioso, come in uso nei paesi della Sicilia, con cui la famiglia Toscano è conosciuta ad Aci Trezza.

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Padron 'Ntoni

E' il capo della famiglia Toscano, il nonno, protagonista del romanzo di Verga, I Malavoglia.

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Familismo amorale

Il termine "familismo amorale" deve la sua paternità all'antropologo americano Edward Banfield, che lo usò per descrivere il comportamento dei contadini di Chiaromonte, un paesino della Basilicata, oggetto alla fine degli anni Cinquanta di una sua analisi sul campo, pubblicata nel 1958 con il titolo The moral Basic of a Backward Society (nella traduzione italiana: Le basi morali di una società arretrata, Bologna, 1976). Secondo Banfield, l'estrema arretratezza di Chiaromonte era dovuta "all'incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune, o, addirittura, per qualsivoglia fine che trascendesse l'interesse immediato del proprio nucleo famigliare".

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Uzeda Francalanza
Gli Uzeda sono la nobile famiglia siciliana di cui De Roberto, ne I Viceré (1894), narra la decadenza, in concomitanza con la fine del regno dei Borboni e la nascita dell' Italia unita, a contatto cioè con la nuova società liberale.
Viceré di Sicilia ai tempi di Carlo V, borbonici per la pelle, gli Uzeda riescono a salvare la famiglia perché uno di loro parteggia in tempo opportuno per i liberali e pone la sua candidatura a deputato sabaudo. In tal modo tutto sarà cambiato perché tutto rimanga come prima e il potere resti ancora nelle mani di quanti lo hanno sempre esercitato. Ciò non toglie che la famiglia decada, ma ciò a causa delle tare ereditarie, della corruzione atavica dei personaggi, non per un effettivo progresso della società, per un moto positivo operato dalla storia.

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Gaspare d'Oragua
Il vecchio Gaspare d'Oragua è uno dei protagonisti del romanzo I Vicere di De Roberto. Duro e avido, si oppone al dissoluto conte Raimondo, non esitando, per i suoi scopi, a fingere simpatie liberali. Sua è la battuta: "Ora che l'Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri".
"La storpiatura della massima di D'Azeglio - scrive Antonio Di Grado (La vita, le carte i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo, Catania, 1998) - perpetrata dal cinico duca d' Oragua, è di tal portata da travalicare il romanzo, da inaugurare un verro e proprio filone di letteratura e di pensiero isolani".

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Fasci Siciliani

Con il termine "fasci" si indicarono le organizzazioni proletarie sorte negli anni 1892-1893 in alcune località della Sicilia, dove la crisi economica aveva determinato un fortissima tensione sociale. Queste organizzazioni si diffusero rapidamente fino a determinare un grande movimento di massa. Ne facevano parte contadini, braccianti, mezzadri e, a seconda delle località, minatori, artigiani, piccoli commercianti e piccoli proprietari: un vasto movimento a cui parteciparono anche molte donne e bambini.
Guidati da uomini di orientamento socialista come Nicola Barbato, Rosario Garibaldi Bosco e Giuseppe De Felice, i Fasci furono soprattutto un movimento spontaneo di protesta, che affiancava la battaglia contro l'eccessivo fiscalismo e la rivolta contro la tirannia dei "galantuomini" nelle amministrazioni locali, alla richiesta di revisione dei patti agrari e alla rivendicazione di terre da coltivare.
Affermatisi anche grazie all'atteggiamento liberale di Giolitti, che si limitò a garantire l'ordine senza impedire l'organizzazione delle opposizioni, i Fasci Siciliani furono duramente repressi (un centinaio furono le vittime) da Crispi. Questi, tornato al governo nel dicembre 1893, presentò il movimento come una vasta cospirazione tesa a sovvertire lo Stato e nel 1894 fece eseguire circa 2000 arresti e condannare a dure pene detentive i dirigenti.

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Nato a Palermo da una famiglia aristocratica, interrompe gli studi appena ventenne per partecipare come volontario alla prima guerra mondiale. Fatto prigioniero, riesce a evadere e a rientrare in patria dopo lunghe peregrinazioni in mezza Europa. Nel 1925, per avversione al fascismo, abbandona la carriera di ufficiale e si ritira a vivere in Sicilia, alternando il volontario isolamento a lunghi soggiorni all'estero (in Francia, Inghilterra, Lettonia).
Grande lettore, ma scrittore assai parco, ci ha lasciato poche opere, tutte pubblicate dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1957. Si tratta di alcuni racconti brevi, di alcuni saggi sulla letteratura francese dell'Ottocento e del suo unico, famosissimo romanzo Il Gattopardo, grande affresco storico della Sicilia al tempo della fine del regno dei Borboni e della vittoria dei Mille.
Terminato da Tomasi di Lampedusa poco prima della morte, letto casualmente in copia dattiloscritta da Giorgio Bassani e da lui fatto pubblicare nel 1958, Il Gattopardo riscosse uno straordinario successo di critica e di pubblico, rivelando uno scrittore in possesso, come, scrisse all'epoca lo stesso Bassani, di un'ampia "visione storica, unita a un'acutissima percezione delle realtà sociale e politica dell'Italia contemporanea; delizioso senso dell'umorismo; autentica forza lirica; perfetta, a tratti incantevole, realizzazione espressiva".

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Angelo Musco 
(Catania, 1871 - Milano, 1937), figlio di un bottegaio, esordì come attore a 12 anni in una compagnia napoletana. Nel 1899 entrò nella compagnia di Giovanni Grasso senior, riuscendo presto a guadagnarsi i favori del pubblico. Nacque, così, una rivalità professionale tra i due attori che, tuttavia, non intaccò i rapporti personali. Staccatosi dal suo maestro, fondò nel 1914 una propria compagnia di cui fecero parte le due sorelle Anselmi, una delle quali, Rosina, divenne la sua fedelissima compagna d'arte. Fra il 1915 e il 1917 cominciò la sua fortuna e divenne un attore popolarissimo, molto apprezzato dalla critica al punto che i maggiori scrittori siciliani, come Pirandello, Capuana e Martoglio scrissero per lui. Molto attivo anche in campo cinematografico, Musco prese parte a molti film ritagliati sulle sue qualità istrioniche, alcuni dei quali di successo: Cinque a zero di Mario Bonnard, Paraninfo, L'eredità dello zio buon'anima e Fiat voluntas dei di Amleto Palermi, L'aria del continente, Lo smemorato e Pensaci, Giacomino!, Gatta ci cova di Gennaro Righelli, Re di denari di Enrico Guazzoni, Il feroce Saladino di Mario Bonnard.

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Giovanni Grasso senior
Nato a Catania nel 1873 e morto nel 1930, fu il più grande attore tragico del teatro siciliano; figlio di un famoso puparo, fu scoperto da Nino Martoglio ed esordì nella Zolfara di Giusti-Sinopoli. Grandi successi raccolse nel Berretto a sonagli di Pirandello, nella Morte civile di Giacometti, in Pietra su pietra di Sudermann, nella Figlia di Jorio di D'Annunzio, tradotta in siciliano da Giuseppe Antonio Borgese. Ma riuscì grande soprattutto nella Cavalleria rusticana, in cui ebbe modo di rivelare le sue più autentiche qualità: l'istinto e il temperamento passionale.

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Proteo

Divinità marina dell'antica Grecia, rappresentato come pastore di un gregge di foche o di altri animali del mare. Aveva il dono della divinazione e della metamorfosi, come altri mitici esseri marini. Rappresentava la realtà instabile del mare contrapposta alla stabile realtà della terraferma.

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Sebastiano Aglianò
Allievo di Luigi Russo alla Normale di Pisa, Aglianò (Siracusa 1917-Siena 1982) è stato professore e preside nei Licei e poi docente di Letteratura italiana al Magistero di Siena. Come critico si è occupato soprattutto di Foscolo e di Dante. A lui si deve l'acuto ritratto della sua terra d'origine, intitolato Questa Sicilia (1945).

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Sant'Agata
Sant'Agata è la protettrice della città di Catania: la sua festa si celebra il 5 febbraio, con grandissima partecipazione popolare anche nei giorni che precedono l'evento.
Fu martire verso la metà del III secolo, subendo il taglio delle mammelle per difendere la propria purezza.

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Santa Rosalia
Santa Rosalia è la santa patrona di Palermo. I palermitani la festeggiano due volte l'anno, il 15 luglio con il "fistino", una grande festa popolare culminante nella processione notturna con gli splendidi fuochi d'artificio alla Marina, e il 4 settembre con la festa religiosa. Nella notte che precede il giorno consacrato alla santa, i palermitani devoti e tutti coloro che hanno da chiedere alla santa qualcosa di importante salgono lungo il sentiero detto "la Scala Santa" che unisce la città con il Monte Pellegrino.
I più devoti salgono la ripida salita sulle ginocchia con un cero acceso in mano. Su in cima al monte Pellegrino, c'è la grotta dove si racconta che la santa vivesse e dove giovanissima sembra sia morta.

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Nino Martoglio
Nino Martoglio (Belpasso, Catania, 1870 - Catania, 1921), dopo aver conseguito il brevetto di capitano di lungo corso e aver navigato per quattro anni, fondò a Catania, nel 1889, il settimanale politico-letterario D'Artagnan. Nel 1904, dopo una breve parentesi politica come consigliere comunale del suo paese, si trasferì a Roma per dare spazio alla sua passione teatrale. Dotato di grande talento, diresse compagnie siciliane che rivelarono attori come Giovanni Grasso e Angelo Musco. A lui si deve la vera nascita del teatro dialettale siciliano, fino ad allora povero di attori e autori. Ricorse, infatti, a nomi quali Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Rosso di San Secondo, affinché fornissero un repertorio adeguato di trame. Scrisse una trentina di commedie in dialetto catanese, caratterizzate da una comicità estrosa: San Giuvanni decullatu (1908), portato sullo schermo anche da Totò, L'aria del continente (1915), Il marchese di Ruvolito (1920). Compose anche versi, sempre in dialetto, di notevole forza satirica. Sua, inoltre, la regia di Sperduti nel buio, del 1914, il più celebrato capolavoro italiano del muto, da un dramma di Roberto Bracco. Morì tragicamente a Catania nel 1921, precipitando nella tromba dell'ascensore in costruzione nell'ospedale dov'era ricoverato il figlio tredicenne Luigi Marco.

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Cielo d'Alcamo
Ignoto poeta siciliano del XIII secolo. Il filologo del Cinquecento Angelo Colucci gli attribuisce il famoso Rosa fresca e aulentissima, uno dei più antichi componimenti poetici in volgare.

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La baronessa di Carini
Un antico poemetto siciliano d'autore ignoto racconta la storia di Laura Lanza La Grua, castellana di Carini, uccisa, insieme al suo amante Ludovico Vernagallo, dal padre Cesare Lanza di Trabia nel 1563, per salvare l'onore della famiglia. Esso rappresenta uno dei più antichi e noti melodrammi popolari siciliani. La fantasia di coloro che in seguito si sono ispirati all'evento ha fatto nascere numerose varianti della storia, non ultima una versione televisiva di qualche anno fa. Il primo vero studioso del fatto fu Salvatore Marino il quale, nella prima edizione del 1871, raccolse la recita di un contadino cantastorie carinese. Ma nel 1872 lo stesso Marino presentò una seconda edizione ritoccando fatti poeticamente importanti, della prima. Nel 1913, infine, presentò il poemetto in un' edizione da lui stesso definita storica.

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Mena Malavoglia e Alfio Mosca
Ne I Malavoglia anche l'amore è condizionato dalle necessità economiche. Tra la nipote maggiore di padron 'Ntoni, Mena, soprannominata Sant'Agata, e il carrettiere Alfio Mosca, il sentimento si manifesta in segreto, con espressioni allusive e qualche saluto malinconico. Il carrettiere vive solo con il suo asino e mangia la sera la sua zuppa di fave sul ballatoio, a lume spento, per sentirsi più vicino alla confinante casa del nespolo, dove vivono i Malavoglia, e ricevere la buonanotte da Mena. Ma quel un sogno d'amore tanto discreto e condiviso è destinato a non avere futuro: per Mena lo zio prepara un matrimonio più vantaggioso; Alfio decide di lasciare Aci Trezza, per la piana di Catania, dove ci sarà più lavoro per il suo asino. Il saluto d'addio tra gli innamorati è uno degli esempi più alti della discrezione verghiana: un pudore istintivo trattiene i due giovani dal dare libero sfogo ai sentimenti, né affiorano parole o pensieri che accennino alla capacità di opporsi a ciò che deve accadere

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Vita dei campi
La Lupa e L'amante di Gramigna sono due novelle di Giovanni Verga, che prendono il titolo dalle stesse protagoniste femminili dei racconti. Sono entrambe contenute nella raccolta Vita dei campi pubblicata nel 1880.

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Omertà
La più nota delle possibili etimologie della parola omertà venne fornita negli anni Ottanta dell'Ottocento dal grande etnologo palermitano Giuseppe Pitré, e a sua volta si modellava su quella indicata già alla metà del decennio precedente dal magistrato Giuseppe Di Menza. Il termine deriverebbe dalla radice omu (uomo), da cui l'astratto omineita-mortà rifletterebbe una concezione esasperata, tutta popolaresca e mediterranea, della virilità, per la quale ognuno è costretto a vendicare le offese da sé, senza mai far ricorso, pena il disonore, alla forza pubblica. In questo senso per Pitré omertà era il concetto chiave che stava linearmente a chiarire quello di mafia, di per sé ambiguo o oscuro, "quasi impossibile da definire" se non magari in negativo: la mafia, egli scrisse, "non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti, (...) il mafioso non è ladro, né malandrino (...); la mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della propria forza individuale, (...) donde le insofferenze della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui".
Siamo alle origini di una costruzione intellettuale tendente a tutelare l'immagine della Sicilia offesa dalle (presunte) calunnie e incomprensioni dei continentali. Di quest'immagine negli anni a venire si sarebbero appropriati in particolare gli avvocati dei mafiosi, desiderosi di dimostrare che i loro assistiti si scontravano per loro privati odi "di famiglia", che essi erano affetti da "ipertrofia dell'io" (sic!), che l'omertà rappresentava un semplice riflesso di tale ipertrofia, tipica dell'homo sicilianus.
Viceversa già al tempo di Pitré era diffusa l'idea della mafia come organizzazione settaria, dall'etnologo - e da tanti altri - rifiutata sdegnosamente come invenzione dei questurini continentali. Significativamente negava, Pitré, la derivazione della parola omertà da umiltà attraverso la conversione della i in r, tipica del dialetto siciliano, etimologia indicata da molti, ad esempio da Giuseppe Alongi, criminologo e funzionario di polizia, non continentale ma siciliano (1886). Umiltà era infatti termine usato nel primo Ottocento nelle organizzazioni delinquenziali (camorristiche) e in quelle massoniche e carbonare. Nelle organizzazioni massoniche ottocentesche, anche fuori della Sicilia, il delatore si diceva infame.
In una delle prime testimonianze sul tema (1864) , dovuta dal barone Nicolo' Turrisi Colonna, senatore, eminente leader politico del tempo, ed egli stesso sospetto quale grande protettore di mafiosi, non troviamo ancora la parola mafia ma troviamo le parole setta, infamia, umiltà: "umiltà importa rispetto e devozione alle sette ed obbligo da qualunque atto che può' nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati. (...) Chi è vissuto qualche tempo nelle campagne di Palermo, conosce come spesso si formino delle grandi riunioni della setta per discutere della condotta d'un tale affiliato. (...) L'assemblea, intesi tutti i componenti, decide".
Il termine umiltà-omertà ci porta dunque dentro l'organizzazione mafiosa.
(Sintesi dalla voce Omertà di Salvatore Lupo in La Mafia. 150 anni di storia e storie, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per la Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).

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La Mafia (
lezione di Salvatore Lupo)

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Commissione antimafia
Il 20 dicembre 1962 venne costituita con la legge n.1720 la Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia che, pur tra alterne vicende, è attiva ancora oggi.
La Commissione antimafia raccolse una mole imponente di informazioni ed indagini sulla mafia, ma la sua produzione "politica", cioè la capacità di elaborare e tradurre tali conoscenze in norme di legge efficaci, fu scarsa, a causa delle contraddizioni e resistenze soprattutto nei partiti politici di governo, intenti a coprire finché possibile le complicità e i legami con la mafia dei loro rappresentanti siciliani.
La Commissione, insediatasi il 14 febbraio 1963, iniziò i suoi lavori solo nel luglio, in occasione della strage di Ciaculli, quando l'esplosione di un'autovettura imbottita di tritolo provocò la morte di quattro carabinieri, due militari e un maresciallo di polizia.

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Cosa Nostra
Nel II dopoguerra, mentre si andavano cementando i rapporti di tipo affaristico e clientelare fra mafiosi, politici, imprenditori, funzionari pubblici, la mafia procedette a una profonda riorganizzazione interna. Elemento decisivo, in questo periodo più che in altri, furono i rapporti con alcuni mafiosi statunitensi. Sia attraverso contatti, sia con l'attività in Italia di personaggi come Frank Coppola, legato strettamente al mondo della politica, Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Garofalo, la mafia rinnovò le proprie strutture, si dotò di un'organizzazione più articolata sul territorio, entrò in relazioni d'affari con le più organizzate famiglie statunitensi per gestire il traffico degli stupefacenti. Essenziale, in questa fase, fu la figura di Luciano, proteso ad evitare conflitti dirompenti tramite una programmazione manageriale delle attività mafiose. Ci si avviò verso "Cosa Nostra": i mafiosi chiamarono in questo modo, sull'esempio degli americani, una struttura di governo del territorio e di coordinamento delle attività mafiose.

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I mafiusi di la Vicaria
Il termine mafia, più precisamente quello di mafioso, venne impiegato per la prima volta nel titolo di un testo teatrale, I mafiusi di la Vicaria (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca.
Nella commedia di Rizzotto e Mosca occupa un ruolo di primo piano la presenza di un personaggio forte: un illustre prigioniero politico, l'Incognito, sotto le cui spoglie si nasconde forse Francesco Crispi. Risulterà essere uno dei capi dell'organizzazione camorrista. Sarà proprio lui, nell'ultimo atto, a reintegrare il capo cammorista, lo "zu Iachinu", in una società ormai liberata dai Borboni, che, in virtù del nuovo e vero ordine di giustizia, non ha più bisogno dell'intermediazione di quell' "associazione malandrinesca" che invece gli amici di Iachinu, con sua grande disapprovazione, vorrebbero ancora tenere in vita sotto i sabaudi.
La commedia può fornire alcuni primi interessanti dati per la definizione di un paradigma letterario della mafia. In primo luogo, emerge il legame indissolubile tra rivoluzione garibaldina e mafia, tra mafia e una certa politica: a inverare, da un punto di vista sicilianistico, le numerose immagini di picciotti pronti alla lotta antiborbonica che escono, per esempio, dalle opere della "camicia rossa" Giuseppe Cesare Abba. In secondo luogo, si palesa sin dalle origini un'idea della mafia come associazione senz'altro criminosa, ma comunque anti-borbonica, e addomesticabile dalla classe dirigente siciliana (quella liberale e repubblicana), forse collusa con essa.

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Franchetti e Sonnino, La Sicilia nel 1976
All'indomani dell'unità d'Italia, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, esponenti di quel riformismo illuminato la cui matrice era il nuovo pensiero conservatore nato dal fallimento della Destra storica, si proposero di analizzare sul campo il problema dell'arretratezza meridionale, a partire dallo studio delle condizioni economiche e sociali della Sicilia.
La pubblicazione della loro celeberrima inchiesta condotta in Sicilia nel 1876, restituì, dell'isola, un'immagine impietosa, quella di una terra barbara, e assumeva come dato ovvio la presenza di una "classe dei facinorosi", "una classe con industria ed interessi suoi propri, una forza sociale di per sé stante", e di una mentalità latamente mafiosa, diffusa capillarmente tra la popolazione, mentre imputava il fenomeno criminale alla persistenza di strutture feudali, insomma al mancato appuntamento della regione con la modernizzazione nazionale.

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Filippo Gualtierio

Tra il 1865 ed il 1866, il prefetto di Palermo Filippo Gualtierio e il generale Giacomo Medici organizzarono grandi operazioni militari per la cattura e l'arresto di renitenti alla leva, disertori e malviventi colpiti da mandato di cattura. Riuscirono ad arrestare 2.500 persone, ma lasciarono nelle popolazioni strascichi di polemiche e risentimenti per la brutalità dei metodi utilizzati. Perché il governo non ottenne con quegli interventi il consenso e l'appoggio dei cittadini e non vide cresciuta la sua autorità morale? Il prefetto Gualtierio ne individuava la causa nella diffusione della "Maffia", definita come associazione di violenti che, un tempo protetta dai signori feudali, era poi diventata protettrice dei maggiori proprietari. Essa costituiva ormai un'associazione con statuti veri e propri, in grado di fornire servizi illegali anche ai partiti politici, dai quali, in cambio, riceveva importanti favori. Il rapporto, pur evidenziando una visione eccessivamente complottista della mafia (identificata con l'opposizione politica), individuava alcuni reali elementi del suo radicamento, in particolare la rete di protezioni che le garantivano impunità.
Nello stesso anno un procuratore del re denunciava il rapporto di complicità fra malfattori e protettori: se spesso la protezione era imposta, come nel caso dei derubati che si rivolgevano ai mafiosi per ottenere indietro gli oggetti rubati in cambio di un riscatto, tale non era il caso nel quale i protettori erano ricchi proprietari ed appartenenti alle classi dirigenti, che ottenevano notevoli vantaggi dalla loro azione di fiancheggiamento della delinquenza.

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I Beati Paoli
Luigi Natoli fu l'autore, con lo pseudonimo di Wiliam Galt, di un romanzo di appendice, I Beati Paoli, apparso a puntate sul "Giornale di Sicilia" dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. In esso la setta degli incappucciati neri, contrariamente a precedenti interpretazioni, veniva presentata come un'associazione protomafiosa, alimentando la leggenda di un'organizzazione segreta nata per vendicare i deboli e portare giustizia laddove giustizia non c'è. Un mito questo di cui la mafia si sarebbe appropriata, per giustificare il suo operato criminoso o magari richiamandosi, quando perdente, all'altra leggenda di una mafia antica e cavalleresca, ancorata a un inderogabile codice d'onore, che si batte contro un'organizzazione nuova, spietata, priva di riferimenti morali.

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Giovanni Alfredo Cesareo
Noto cattedratico dell'Università di Palermo, nonché poeta in proprio e storico della lirica italiana, Giovanni Alfredo Cesareo, fu autore nel 1921 di una commedia, La Mafia, in cui si trovano, svolti con abilità drammaturgica e capacità di introspezione psicologica, tutti i luoghi comuni su una mafia dispensatrice di giustizia, laddove giustizia non c'è, soprattutto riparatrice di torti sessuali. Di fronte a un prefetto continentale inetto e buono a nulla, lo scontro ideologico centrale della commedia è quello tra il barone Montedomini, nemico giurato della democrazia e della mafia, con argomenti che sembrano uscire dall'inchiesta di Franchetti e Sonnino, e l'avvocato Rasconà, un mafioso che parla come Capuana; lo scontro ha un lieto fine, che sancisce la vittoria della violenza giusta dell'avvocato mafioso su quella ingiusta dell'aristocratico che si fa sostenitore della cosiddetta legalità dello Stato. Bisogna aggiungere che, estratta la sostanza storica della commedia dalla sua forma apologetica, non è difficile ravvisare in Rasconà, con felice intuizione, un rappresentante di quella "mafia in guanti gialli", affaristica e borghese, cresciuta e prosperata con l'allargamento del suffragio elettorale.

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Giuseppe Pitré
Giuseppe Pitré fu il fondatore degli studi folclorici in Italia. Palermitano, si laureò in medicina ma dedicò tutta la vita alla raccolta e allo studio delle tradizioni popolari siciliane. Presidente della Società siciliana di storia patria, e in seguito della Regia accademia di scienze e lettere di Palermo, fondò il Museo di Etnografia siciliana che prese il suo nome. Dal 1910 fu professore all'Università di Palermo, dove ebbe la cattedra di "demopsicologia" (cioè "psicologia del popolo") che era la denominazione da lui preferita per gli studi folclorici. La sua opera maggiore è la Biblioteca delle tradizioni popolari: una raccolta monumentale di 25 volumi di canti, giochi, proverbi, medicina popolare (uscita fra il 1871 e il 1913) che rimane impareggiabile per ampiezza e precisione.
Alla fine dell'Ottocento, quando si discusse sul significato originario di alcune parole chiave della mafia, al fine di nobilitarne i contenuti, Pitré cercò di dotare di dignità scientifica la derivazione della parola omertà da "omineità", già sostenuta dal magistrato Di Menza, quindi legata all'essere "uomo", e di negarne il legame con la parola umiltà, del linguaggio dei galeotti. Pitré sostenne inoltre che il significato originario della parola mafia fosse "graziosità, eccellenza nel suo genere" ed in seguito "coscienza d'esser uomo, sicurtà d'animo... non mai arroganza". Egli descrisse il mafioso come persona che voleva essere rispettata e, se offesa, non ricorreva alla giustizia, perché avrebbe dato prova della propria debolezza. Secondo lo studioso, l'immagine della mafia come delinquenza sarebbe stata diffusa dallo spettacolo teatrale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi di la Vicaria, rappresentato più volte tra il 1863 e il 1884.

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Stefano D'Arrigo
(Alì, Messina, 1919 - Roma, 1992), dopo la laurea in Lettere a Messina, nel 1942, si trasferisce a Roma dove lavora a "Il Tempo" e al "Giornale d'Italia".
Il suo esordio risale al 1957 con un volume di versi intitolato Codice siciliano, ma negli stessi anni intraprende un ardito progetto narrativo che lo accompagnerà per un ventennio circa, fino al 1975, anno della pubblicazione del romanzo-fiume Horcynus Orca. Esso racchiude in un'azione di pochi giorni e in uno spazio limitato, tra l'estremità della Calabria e della Sicilia, una materia di immenso potenziale mitico e simbolico, con numerosi spunti realistici e può considerarsi una summa della ricchezza affabulatoria della narrativa siciliana. Il suo ultimo cimento narrativo è stato l'immaginoso e ironico Cima delle nobildonne (1985).

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    Sommario
   
    I cavalli di Platone, ovvero del divergere e del convergere
    Sotto il segno dei gattopardi
    Pupi e paladini  
    Il parlar d’amore
    La galassia mafiosa, ovvero: ne uccide più la penna o la lupara?
    L’invenzione della Sicilia
     
     
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