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Fate l’amore non la guerra

Se si utilizza il cinema come specchio culturale che riflette le tendenze in atto in una società, un’indagine pur veloce conferma che i titoli usciti in Italia nel 1968, o immediatamente dopo, rendono bene il cambiamento in atto sia nella sfera individuale che nella percezione collettiva. Al di là dei generi narrativi e delle differenti sensibilità autoriali, spesso si riscontra un filo rosso trasversale, in cui traspare la sensazione di uno spirito del tempo in rapida modificazione. In questa direzione, il percorso utilizza un famoso slogan dell’epoca, quel “fate l’amore e non la guerra”, che da un lato pone l’accento sull’elemento contestatario, che nell’antimilitarismo trova uno dei bersagli più simbolici rispetto al fallimento di certi cardini morali conservatori, quali Patria, Famiglia e Dio. D’altro canto, l’invito a fare l’amore rende la voglia di utilizzare il corpo, la sessualità, ma anche la creatività e l’espressione di sé in senso lato, come strumenti per una nuova prospettiva culturale.

Questi elementi sono fondamentali, seppure intrecciati secondo logiche e percezioni molto eterogenee, nei quattro film guida del percorso. La sperimentazione linguistica e narrativa di Ciao, America (Greetings, 1968) di Brian De Palma, le avventure fantastiche e l’esplosione di vitalità estetica del film sui Beatles di George Dunning Yellow Submarine (1968), i paradossi sociali che esplodono a catena nel surreale e rivoluzionario Hollywood Party (The Party, 1968) di Blake Edwards e le atmosfere torbide e malate, in bilico tra liberazione sessuale e l’elogio della follia presenti in Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi, appaiono quattro esempi emblematici per rendere il clima di grande fervore e di originalità del periodo.

Molti altri sono i titoli che offrono squarci di analisi sulle contraddizioni sociali e l’energia del momento, spesso in chiave apertamente contestataria. Si pensi a Gangster Story (Bonnie and Clyde, 1967) di Arthur Penn, che sposta l’azione nel passato, ma mantiene un forte ideologia eversiva, nel ritratto di due fuorilegge che sembrano ribelli anarchici. Oppure, in tutt’altro genere, agli horror d’autore che diventano vere metafore sociali come Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski o La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968) di George A. Romero, in cui tutti valori del passato sembrano destinati a fallire. Sullo stesso piano di analisi del disfacimento di pongono anche certe produzioni hollywoodiane, tra la divertita osservazione dei cambiamenti che ormai riguardano tutte le generazioni, come in Taking off (1971) di Milos Forman, l’esilarante satira del militarismo inefficace di M.A.S.H. (1970) di Robert Altman, ma anche i timori vagamente neoconservatori di Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, 1968) di Franklin J. Schaffner.

Nell’ambito del cinema d’autore, figlio delle varie “nuove onde” che dalla fine degli anni ’50 avevano ormai scosso il mondo intero, sono emblematici i tedeschi Artisti sotto la tenda: perplessi (Die Artisten in der Zirkuskuppel: Ratlos, 1968) di Alexander Kluge, che vinse il Leone d’oro a Venezia, e il crudo e polemico Scene di caccia in bassa Baviera (Jagdszenen aus Niederbayern, 1969) di Peter Fleischmann, oltre a un maestro ormai riconosciuto come Godard che firma Weekend – Un uomo e una donna dal sabato alla domenica (Week-end, 1967). Anche i giovani autori italiani offrono il loro contributo, pur in ambiti differenti: da Partner (1968) di Bernardo Bertolucci a Galileo (1968) di Liliana Cavani, prodotto e poi censurato dalla Rai per le tesi anticlericali; da Escalation (1968) di Roberto Faenza a La Cina è vicina (1967) di Marco Bellocchio.

Molti film risentono dell’impatto riferito alla rivoluzione sessuale, sia per le tematiche affrontate sia rispetto a un senso del pudore ormai completamente ridefinito anche in chiave estetica. Barbarella (1968) di Roger Vadim rende Jane Fonda un’icona sexy; Flesh (1968) di Paul Morrissey, primo film prodotto dalla Factory di Andy Warhol, rompe ogni tabù; Claude Chabrol occhieggia con malizia all’amore saffico in Les biches – Le cerbiatte (Les biches, 1968), astutamente non tradotto dai distributori italiani per non lasciare nulla all’immaginazione.

Ma forse il film simbolo di quell’anno è quello apparentemente più lontano dall’attualità, inclassificabile e geniale, capace di utilizzare la metafora filosofica applicata alla fantascienza per raccontare le traiettorie degli esseri umani in un universo sempre meno comprensibile e sempre più complesso. E se il film più sessantottino fosse 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1968) di Stanley Kubrick?

 

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