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Il vento dell’Ovest

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta nel cinema americano si realizza un rinnovamento tematico, produttivo e linguistico che prende il nome di New Hollywood. I segni di questa trasformazione, legata a ragioni strutturali dell’industria hollywoodiana in crisi, sono anche profondamente condizionate dai cambiamenti intervenuti in ambito sociale, politico e culturale all’interno degli Stati Uniti. Sul piano dei contenuti, infatti, viene decisamente ampliata quell’attenzione rivolta all’universo giovanile che aveva segnato i primi fondamentali sintomi di novità già a metà degli anni Cinquanta, con i film interpretati da Marlon Brando, James Dean ed Elvis Presley.

Nel nuovo cinema americano della fine degli anni Sessanta le storie sui giovani e sui loro stili di vita si aprono al pubblico più ampio e costituiscono una tendenza di gran lunga prevalente. In questa prospettiva si pongono le opere legate alla contestazione nei campus universitari come Fragole e sangue di Stuart Hagmann (The Strawberry Statement, 1970) e L’impossibilità di essere normale di Richard Rusch (Getting Straight, 1970). Le problematiche legate al disadattamento sociale, che hanno ne Il laureato di Mike Nichols (The Graduate, 1967) l’espressione più celebre, vengono declinate con segno diverso anche in Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (Midnight Cowboy, 1969) e in Cinque pezzi facili di Bob Rafelson (Five Easy Pieces, 1970).

Sulla scorta del modello narrativo fornito da Easy Rider di Dennis Hopper (1968), viene a costituirsi un vero e proprio nuovo genere di racconto tutto incentrato sul viaggio, che porta a realizzare “road movie” fondamentali come Autostrada a doppia corsia di Monte Hellman (Two-Lane Blacktop, 1970) e Punto zero di Richard Sarafian (Vanishing Point, 1971), oltre all’esordio di uno degli autori di culto di quella generazione d’artisti, Terence Malick, con La rabbia giovane (Badlands, 1973).

Di straordinaria importanza, nell’ambito di un sistema produttivo che tende per varie ragioni a scegliere le riprese in ambienti naturali come sintomo di una nuova sensibilità verso la “verità” della Storia (dei suoi fatti e dei suoi protagonisti), è la concentrazione di film western realizzati in un brevissimo arco di tempo. Si tratta di un profondo rinnovamento del genere per eccellenza del cinema classico, in cui l’interprete principale diventa il native indian, sulla scorta delle lotte civili condotte nel corso del decennio, e che si esprime compiutamente in opere come Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein (A Man Called Horse), Piccolo grande uomo di Arthur Penn (Little Big Man) e Soldato blu di Ralph Nelson (Soldier Blue), tutte del 1970.

Una delle novità assolute di questo processo di trasformazione riguarda l’emergere di una nuova generazione di registi e di attori, che sostituiscono in larga misura le figure del passato. In ambito interpretativo si impongono nuovi divi con il volto “normale”, come Dustin Hoffman, Al Pacino o Elliot Gould, e dalla recitazione irregolare e nevrotica come Robert De Niro e Jack Nicholson. Per quanto riguarda la direzione dei film, invece, si afferma un gruppo di cineasti decisamente votati a realizzare quella sintesi di competenza cinefila e di sguardo d’autore che segnava la produzione degli artisti della Nouvelle Vague francese e che, grazie a loro diventerà la formula di successo dello spettacolo popolare. I nomi dei registi americani esordienti sul finire degli anni Sessanta sono quelli di Brian De Palma, Martin Scorsese, George Lucas, Francis Ford Coppola Peter Bogdanovich, Sidney Pollack. Da parte sua, lo stesso Steven Spielberg firma la sua prima regia ufficiale nel 1971 con quel Duel che, realizzando l’incontro tra il genere classico del thriller e il nuovo road movie, rappresenta in maniera esemplare la nuova realtà della commistione tra i vari generi narrativi.

 

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