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Tanti anni dopo

Belle speranze, molta utopia e tanti sogni infranti, annegati nell’individualismo, nella droga o stroncati dal terrorismo e dalla violenza. Questa sembra essere l’eredità, così come la racconta il cinema di oggi, del sessantotto, una stagione che ha lasciato un segno nel percorso di formazione di molti registi ancora oggi in attività e che è evocata in varie opere di cineasti più giovani.

Un sogno infranto è quello dell’America democratica che nel 1968 si identificava in Robert Kennedy, ucciso da un giovane attentatore il 5 giugno di quello stesso anno, quando la sua candidatura alla Casa Bianca era in piena ascesa. In Bobby  (2006) Emilio Estevez (che all’epoca dei fatti aveva solo cinque anni) mette in scena prima le attese e poi la disperazione di un’ America privata di un vero leader e senza punti di riferimento. E’ un paese, quello da lui descritto attraverso una ventina di personaggi, che sta cambiando nel costume, nelle relazioni tra le persone, nella consapevolezza che tutti debbano avere, non solo sulla carta, gli stessi diritti. Lo stesso messo in scena in modo più edulcorato e festoso da Julie Taymor (classe 1952) in Across the Universe (2007), un musical romantico e nostalgico, imperniato sulle canzoni dei Beatles, una delle colonne sonore degli anni Sessanta.

Nell’uno e nell’altro film il sessantotto americano appare una stagione pervasa dal vento del rinnovamento (più squisitamente giovanile in Across the Universe) e le cause della sua crisi, la doccia gelata, arrivano dall’esterno (l’attentato contro Kennedy, che non fu neppure un complotto politico). Non affiora se non pallidamente (nel film della Taymor compaiono “rivoluzionari” che armeggiano maldestramente esplosivo) in queste pellicole nessuna contraddizione interna al movimento della contestazione, primo fra tutti il tutti il dramma del terrorismo a cui Philippe Rhot ha dedicato uno dei suo capolavori, Pastorale Americana, incentrato proprio su quegli anni. I più corrosivi sguardi retrospettivi sul sessantotto d’oltreoceano vengono invece da film meno lontani nel tempo da quella stagione, come Il grande freddo (1983) di Lawrence Kasdan (classe 1949) e Il declino dell’impero americano (1986) di Denys Arcand (classe 1941), che mettono a nudo ipocrisie e fallimenti di una generazione sessualmente “liberata”, ma costretta a fare i conti con la propria mediocrità, descrivendola però già all’epoca dell’avvenuto “imborghesimento” o del cosiddetto riflusso.

Sono giovani sessantottini, che vivono l’utopia della rivoluzione nel suo luogo più significativo, cioè Parigi, i protagonisti di recenti film europei ambientati proprio durante il maggio francese, The Dreamers – I sognatori (2003) di Bernardo Bertolucci (classe 1941) e Les amants réguliers (2005) di Philippe Garrel (classe 1948). Tra loro diversissimi per impostazione tematica e scelte stilistiche, i due film hanno in comune il dispiegarsi o il ripiegarsi nel privato della tensione politica. I protagonisti sono “rivoluzionari” narcisisti e velleitari, che finiscono nel non dare alle loro azione alcun effetto politico. Inutili alla causa del proletariato (per il quale e nonostante il quale vorrebbero cambiare il mondo), affidano, nel difficile ma bellissimo film di Garrel, le utopie, la disillusione che ne segue e le mal riposte ambizioni artistiche soprattutto alla droga, grazie alla compiacenza del più ricco di loro, che la procura per tutti.

Compagni che sbagliano? Quelli messi in scena in questi film, se fanno dei danni, lo fanno soprattutto a se stessi. Anticipazione predatata appare la pistola brandita da un dimostrante sulle barricate nel film di Garrel, perché le armi dei sessantottini erano, nel quartiere latino e non solo, i sampietrini e non le P38. Assente nel resto del suo film (che affronta il tema del riflusso nei mesi immediatamente successivi alla rivolta del maggio), il tema della deriva terroristica ha invece molto connotato il cinema italiano che, raccontando il sessantotto, o prendendo le mosse dagli anni della contestazione, si è poi più fortemente impegnato ad analizzare il successivo fenomeno della lotta armata (da Colpire al cuore di Gianni Amelio, 1982 a Buongiorno notte di Marco Bellocchio, 2003). Quasi sembrerebbe, se lo sguardo retrospettivo fosse affidato al cinema, che gli anni di piombo (titolo di un celebre film del 1981 di Margarethe Von Trotta sui terroristi tedeschi) abbiano segnato più fortemente la recente storia d’Italia, di quanto non abbia fatto la ben più ampia ondata di rinnovamento sociale innescata dalle lotte studentesche del 1968 e da quelle operaie dell’anno successivo.

L’ombra cupa del terrorismo incombe anche nei due film italiani che più di recente hanno raccontato gli anni della contestazione giovanile, Mio fratello è figlio unico (2007) di Daniele Luchetti (classe 1960) e La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana (classe 1951). Nel primo, che racconta in modo un po’ caricaturale il percorso di formazione di due fratelli che muovono da opposti estremismi, il bel tenebroso Riccardo Scamarcio diventa nel finale un truce pistolero. Nel secondo, la storia d’amore tra due dei protagonisti, nata dalla comune partecipazione ai soccorsi per l’alluvione di Firenze (novembre 1966), naufraga quando lei sceglie senza via d’uscita la strada delle violenza armata. In entrambi i film Torino viene scelta come location (evidentemente non solo per convenienze produttive) per ambientarvi la più tragica delle eredità sessantottine.

Sarebbe però limitativo citare il film di Giordana solo per questo aspetto. La generazione del sessantotto che lui racconta, accompagnandola fino alle soglie del nuovo millennio, ha molte facce, come molto diversa e non solo cupa, terrorizzata, deturpata e corrotta è l’Italia che i suoi protagonisti attraversano. La meglio gioventù mette in campo, dal sessantotto in avanti, anche tante buone eredità, che si traducono nell’impegno di chi ogni giorno da il meglio di sé, non solo immaginando un futuro utopicamente diverso, ma impegnandosi in una scuola, in un ospedale o in un tribunale affinché, la giustizia, l’equità, l’uguaglianza abbiano dignità in anche nel nostro tormentato paese. Non è un caso che lo stesso Giordana abbia dedicato un precedente suo film, I cento passi (2000) a un giovane siciliano, Peppino Impastato, che combatté la mafia e ne fu vittima proprio negli anni di piombo. Peppino Impastato, pur non avendo direttamente vissuto il sessantotto, perché la provincia sicilana (Cinisi) era distante mille miglia dalle capitali della contestazione, ne ha eroicamente fatta sua la parte migliore.

 

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