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IL NETWORK DEL TESSILE A CHIERI: SOLIDALE O CONFLITTUALE?

Un profilo generale
I protagonisti della business community del tessile a Chieri tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta costituiscono un gruppo dall’identità articolata.
Gli imprenditori tessili chieresi si distinguono innanzitutto tra autonomi e lavoratori in conto terzi (o terzisti) in base al rapporto con il mercato. Gli appartenenti all’una e all’altra categoria vantano in genere origini tecnico-operaie: non mancano i casi di provenienza da una condizione professionale di coltivatore diretto, ma prevalgono nettamente i percorsi imprenditoriali che hanno alle spalle un impiego più o meno duraturo presso un’azienda locale, cui segue la decisione di licenziarsi per mettersi in proprio. Numerosi sembrano dunque i casi di spin-off, cioè fenomeni di gemmazione imprenditoriale, talvolta favoriti dalle stesse aziende, interessate alla nascita di nuove piccole società funzionali alle proprie esigenze.
La formazione tecnico-operaia, d’altronde, non stupisce in un contesto storicamente definito da un forte imprinting tessile, radicato in antiche istituzioni come l’Università del fustagno: ed infatti la grande maggioranza degli imprenditori ha origine autoctona, salvo qualche caso di terzisti immigrati invece dal Veneto.
L’imprenditore-tipo del tessile chierese negli anni cinquanta-sessanta è dunque nato a Chieri o nei suoi dintorni ed ha alle spalle un periodo di apprendistato presso un’azienda del settore: un profilo comune ai diversi protagonisti, al di là della fase storica in cui sono emersi ed hanno operato. Tra le società attive durante il boom colpisce, infatti, la diffusa presenza di iniziative non recentissime, sorte tra le due guerre, laddove in genere i sistemi di piccole imprese che costituiscono una delle forze trainanti del miracolo economico italiano (per esempio il distretto motoristico emiliano) si articolano su aziende nate invece negli anni cinquanta.
Pur dotate di dimensioni medie piuttosto ridotte, le società tessili chieresi mostrano grandi capacità di presenza sui mercati esteri, inizialmente affrontati dagli imprenditori con spirito pionieristico, attraverso strategie decisamente empiriche fondate sulle capacità individuali, come è inevitabile in assenza di struttura commerciali consolidate: non sembra tra l’altro che l’export sia stato costruito grazie all’appoggio di reti migratorie preesistenti.
A conferma della modesta dimensione media delle imprese, le forme giuridiche prevalenti, tra gli autonomi come tra i terzisti, sono la ditta individuale e la società in nome collettivo, e solo sporadicamente si adotta la veste della società a responsabilità limitata, dell’accomandita semplice, o della società per azioni.
Di conseguenza, nettamente maggioritarie sono le imprese a carattere familiare: in genere non è però coinvolta nelle aziende l’intera famiglia allargata, ma un suo singolo ramo, che costituisce la propria società e si perpetua anella discendenza diretta.
La famiglia ha dunque un ruolo centrale nell’impresa, come dimostra anche il ruolo delle donne che andrebbe ulteriormente approfondito ma che pare rilevante: l’elemento femminile è infatti spesso depositario di un saper fare tessile o portatore di un capitale iniziale sotto forma di dote, entrambi fattori decisivi per la scelta del passaggio all’imprenditorialità.

I network
I network individuati dalle singole società tessili chieresi sono quasi sempre limitati alla famiglia ristretta: rare sono le relazioni d’affari con i rami collaterali della famiglia e piuttosto si tende ad accogliere qualche socio esterno, specie nelle imprese più grandi. Le diverse imprese fanno dunque capo a singoli gruppi familiari con il risultato che esse sono legate da rapporti parentali ma non imprenditoriali. Se ne ricava l’impressione di un forte individualismo e del prevalere di relazioni poco improntate alla fiducia, scarsamente collaborative, talvolta conflittuali. Il generale clima di diffidenza è legato, a quanto emerge dalle interviste, ad alcune questioni specifiche: in particolare gli imprenditori temono da una parte lo spionaggio industriale e la propensione, evidentemente diffusa, a copiare i modelli tecnici, e dall’altra la concorrenza nell’accaparramento della manodopera migliore.
Ma la mancanza di fiducia emerge anche quale tratto distintivo della relazione tra imprenditori autonomi e terzisti: la condizione di dipendenza di questi da quelli è alla base di un rapporto che viene ricordato come un rapporto di sfruttamento, vessatorio, con particolare riguardo per situazioni, come quella della misurazione delle pezze, in cui la relazione gerarchica viene fatta pesare fino ad arrivare a casi di gestione arbitraria della transazione. Ne deriva, da parte della maggior parte dei terzisti, un atteggiamento, potenzialmente più vicino a posizioni rivendicazioniste di stampo operaio, peraltro da verificare nello specifico contesto chierese.
La diffidenza è motivo ricorrente infine anche sul terreno del finanziamento dell’impresa e dell’origine dei capitali. Se numerosi intervistati dichiarano infatti di aver fatto ricorso alle banche, alcuni sottolineano le difficoltà incontrate nell’ottenere un sostegno finanziario in assenza di relazioni fiduciarie consolidate con i personaggi-chiave degli istituti locali, dimostratisi poco generosi specie nel caso di piccole imprese dalle prospettive incerte.

Le istituzioni intermedie
Le banche sembrano dunque aver svolto un ruolo relativamente marginale nella crescita della business community tessile chierese. Allo stesso modo, anche se l’ipotesi attende ulteriori verifiche, non pare che le attività del settore abbiano potuto contare sull’azione di istituzioni politiche e di associazioni imprenditoriali, che insieme agli istituti di credito costituiscono alcune delle principali “istituzioni intermedie”, fattori riconosciuti ormai dalla letteratura di settore come decisivi ai fini dello sviluppo dei sistemi di impresa locali.
Il ruolo della leva politica nella crescita del tessile chierese, in realtà, non è chiarissimo: alcuni degli imprenditori intervistati vantano un impegno diretto nelle file della DC e del PLI, all’interno dell’amministrazione locale. Tuttavia le cariche politiche sembrano rivestire un ruolo di rappresentanza, utile in termini di visibilità, e solo raramente sono considerate incisivo mezzo di intervento in funzione degli interessi di categoria. La Lega industriali tessili (LIT), per parte sua, risulta poco efficace nel tentativo di opporsi all’individualismo diffuso e non riesce a consolidare pratiche e forme associative di natura collegiale con obiettivi comuni, né sul versante produttivo, né sul piano commerciale, né su più generali attività di aggiornamento come i viaggi d’affari: la sua azione si limita così sostanzialmente alle consulenza per le imprese.
E la stessa processione del Corpus Domini, in cui gli associati della LIT reggono il baldacchino, è più occasione utilizzata dai grandi industriali ad uso esterno, nel rapporto con la comunità e con le istituzioni, che momento di espressione di una praticata esperienza di collaborazione.
Da valutare resta invece il ruolo dell’API e di una esperienza associativa specifica come l’Associazione dei conto terzisti.

Una business community poco sistemica: alle radici della crisi del tessile chierese
L’evoluzione del tessile chierese negli anni del boom, in conclusione, presenta caratteristiche in linea con le contemporanee dinamiche tipiche di tutti i settori leggeri a livello nazionale: “estensione delle reti di contoterzismo”, “specializzazione delle unità produttive su fasi specifiche del processo”, “monocoltura territoriale” (A. COLLI, I volti di Proteo. Storia della piccola impresa in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 233). E tuttavia la realtà chierese presenta alcuni innegabili tratti specifici. La business community tessile locale, infatti, non risulta in alcun modo “un sistema”, inteso come insieme di elementi che interagiscono: troppo fragili sono le relazioni tra le imprese, troppo diffusa la diffidenza e l’individualismo. Né tanto meno si può far riferimento per Chieri ad un “distretto tessile” in senso proprio, in considerazione della debolezza delle istituzioni intermedie, uno dei tratti distintivi del modello distrettuale insieme alla trame dei network imprenditoriali.
A quanto emerge dalle interviste, d’altra parte, la costruzione di alleanze di settore non appare necessaria in una fase caratterizzata da un mercato nazionale e internazionale in sensibile espansione e da costi iniziali poco rilevanti, e dunque in presenza di scarse barriere all’ingresso per chi voglia avviare un’attività imprenditoriale. L’abilità consiste semmai nella ricerca e nell’occupazione di nuove nicchie di mercato, che si traduce infatti nella grande capacità degli operatori chieresi di differenziarsi per tipologia di prodotto. In questo contesto, paradossalmente, i tessili chieresi intrecciano più spesso relazioni con uomini di altri settori, come nel caso dei prodotti per l’industria automobilistica, che tra di loro.
Alla base del successo del tessile locale negli anni del boom sono dunque elementi diversi: un saper fare tecnico di antica tradizione, grandi attitudini imprenditoriali nella conquista dei mercati esteri e nella diversificazione del prodotto in funzione dei mutamenti della domanda, scarsi costi d’avvio e alti tassi di sfruttamento della manodopera e di autosfruttamento.
E tuttavia, a metà degli anni sessanta, di fronte al mutare della congiuntura, quando il mercato smette di “tirare”, l’assenza di network e la deliberata rinuncia alla costruzione di forme di coordinamento interimprese si rivela decisiva per il declino delle attività chieresi, che inizia poco dopo il boom, in coincidenza con la più generale crisi del tessile piemontese, e si accentua negli anni settanta.
Le testimonianze indicano anche altri elementi tra le cause del crollo del tessile, più attinenti al versante produttivo: si sottolinea come solo alcune aziende abbiano saputo cogliere le occasioni offerte dalle esportazioni, come non tutti gli operatori siano riusciti a riorientare la produzione in funzione delle mutate esigenze di mercato, come alcuni imprenditori, specie i più anziani, si siano mostrati restii ad affrontare un radicale ammodernamento tecnologico degli impianti. E tuttavia la scarsa propensione verso le alleanze imprenditoriali si rivela fattore non secondario di debolezza di fronte alle nuove sfide imposte dalla concorrenza anche internazionale: ne offrono conferma indiretta le interviste secondo cui le piccole imprese chieresi sono state penalizzate da un mutamento di fase che negli anni settanta-ottanta ha reso necessario accrescere le dimensioni di impresa per sopravvivere.

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