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Banditismo  
Il banditismo si diffuse in Sicilia immediatamente dopo l’unità d’Italia, cioè nello stesso periodo del brigantaggio, e fu affrontato dal governo con la stessa durezza. Quello del banditismo può essere descritto come un fenomeno intermedio tra il brigantaggio e la mafia: i banditi, come i briganti, erano per lo più contadini poveri, organizzati  per bande che si spostavano da un villaggio all’altro. I centri raggiunti venivano occupati con le armi e venivano imposti pagamenti in denaro o il mantenimento delle bande. Il banditismo però, al contrario di quello che avvenne nel continente, non aveva in  Sicilia alcun intento politico: l’influenza degli agenti borbonici era nell’isola pressoché nulla e i banditi erano per lo più lontani da rivendicazioni di tipo economico – sociale.  
Comune a tutti e tre i fenomeni – brigantaggio, banditismo, mafia – era il controllo del territorio in sostituzione dello Stato: tutti e tre erano dunque fenomeni eversivi, particolarmente pericolosi per lo Stato, situati a un livello di criminalità superiore a quella comune.

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Notabili  
Erano coloro che, nell’Italia liberale di fine Ottocento e inizio Novecento detenevano il potere politico ed economico, contando sulla capacità di tessere reti clientelari che assicuravano loro il rinnovo del mandato parlamentare. Espressione in epoca post risorgimentale soprattutto della grande proprietà terriera, la tipologia dei politici professionali si era rinnovata nella Sicilia di inizio Novecento, legandosi anche ai settori dell’imprenditoria, delle infrastrutture e del terziario urbano, ed esercitando un ruolo di mediazione tra i diversi segmenti della borghesia rurale e urbana. Quando, dopo il fascismo, la Sicilia si riaffacciò alla vita democratica, il notabilato, egregiamente sopravvissuto alla dittatura, si riaffacciò sulla scena politica. Così, alla fine del 1943, il capitano americano W.E. Scotten, autore di importante relazione sulla presenza mafiosa in Sicilia, descriveva la ricomparsa dei notabili:  

"I politici professionali dell'era prefascista sono pochi, anziani e cinici, ma hanno l'enorme vantaggio dell’ esperienza politica e a loro disposizione le intelaiature delle antiche organizzazioni (machines).Sono particolarmente attivi nella ricostruzione delle foro clientele (fences) e si mantengono indipendenti, tendono a formare partiti per conto proprio o ad allinearsi con i gruppi piú piccoli, come i liberali, il partito d'azione, o meglio ancora con i separatisti.  Sono prudenti, non si pronunciano e fanno una politica d'attesa per vedere da quale parte spira il vento.  Alcuni flirtano con ciò che resta della vecchia mafia politica.  Una piccola parte di essi è perfino impegnata nella Democrazia cristiana. "

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Campieri    
Erano i guardiani delle grandi aziende agrarie: uomini di fiducia dei grandi proprietari, che avevano compiti generali di sorveglianza sulle proprietà.

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Latifondo  
Proprietà terriera di grandi dimensioni, destinata a una coltivazione estensiva. Il latifondo era caratterizzato da vaste aree incolte (in genere utilizzate per la pastorizia) e da aree di coltura estensiva, ossia coltivate con scarsi investimenti di capitale di lavoro. Tipica del latifondo era quindi la coltura a cereali che non richiede né impianti di irrigazione – o altre strutture costose - né manodopera specializzata. Caratteristici erano gli insediamenti dei lavoratori agricoli intorno al latifondo, organizzati in pochi grandi nuclei, situati lontano dai luoghi di lavoro.

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Gabellotto  
Gabellotto era in Sicilia colui che pagava la gabella, cioè la tassa di affitto per una proprietà, di solito di grande estensione, dunque un “fondo”. Si trattava quindi quasi della stessa figura dell’affittuario, se non che il gabellotto, nella maggior parte dei casi, non coltivava il fondo in prima persona, ma lo appaltava ad altri, gravando il lavoratore finale di un costo di intermediazione.

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Manutengoli  
Letteralmente vuol dire “coloro che tengono per mano”, e significa complici, favoreggiatori. Tutte le grandi organizzazioni criminali comprendono nelle loro file una vasta rete di complici che, pur non compiendo mai delitti in prima persona, favoriscono i criminali, danno loro rifugio e protezione, si preoccupano di sviare le indagini, eccetera.

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Franchetti e Sonnino, La Sicilia nel 1876  
All’indomani dell’Unità d’Italia Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, esponenti di quel riformismo illuminato la cui matrice era il nuovo pensiero conservatore nato dal fallimento della Destra storica, si proposero di analizzare sul campo il problema dell’arretratezza meridionale, a partire dallo studio delle condizioni economiche e sociali della Sicilia.  

La pubblicazione della loro celeberrima inchiesta condotta in Sicilia nel 1876, restituiva, dell'isola, un'immagine impietosa, quella di una terra barbara, e assumeva come dato ovvio la presenza di una "classe dei facinorosi", "una classe con industria ed interessi suoi propri, una forza sociale di per sé stante", e di una mentalità latamente mafiosa, diffusa capillarmente tra la popolazione, mentre imputava il fenomeno criminale alla persistenza di strutture feudali, insomma al mancato appuntamento della regione con la modernizzazione nazionale.

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Il diritto di voto  
Lo Stato liberale, che garantiva a tutti i cittadini i diritti civili, non riconosceva a tutti i diritti politici. Infatti, il diritto di voto era inizialmente riservato a pochi. In Italia, nei primi decenni dopo l’Unità,  il diritto di voto, concesso solo agli uomini, era attribuito sulla base della ricchezza: poteva votare chi pagava oltre una certa cifra di tasse. Il corpo elettorale (l’insieme dei cittadini che possono esercitare il diritto di voto) era un’esigua minoranza, di poco inferiore al 2 per cento della popolazione. La riforma del 1881 portò il corpo elettorale al 7 per cento, estendendo i diritto di voto a chi sapeva leggere e scrivere; il criterio dell’istruzione fu affiancato al criterio della ricchezza. Il suffragio universale (vale a dire il diritto di voto per tutti gli adulti, anche se analfabeti) fu introdotto solo nel 1913, ma era riservato solo agli uomini. Le donne ottennero il diritto di voto solo dopo la seconda guerra mondiale, e lo esercitarono per la prima volta nel 1946.  

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Tangente  
Richiesta di denaro in cambio di favori, per la  protezione di attività economiche di vario tipo, o per essere privilegiati nell’assegnazione di appalti pubblici. come nel caso del mondo poitico.

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Cosca  
E’ un termine che viene usato esclusivamente per indicare un gruppo organizzato di mafiosi siciliani. La cosca non è una struttura cui si appartiene "naturalmente", come la famiglia, ma un'associazione di eletti, o di iniziati, in cui si entra e a cui si deve giurare fedeltà.

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Fratellanza  
Si tratta di un termine di derivazione massonica. Sta qui ad indicare un’associazione di tipo settario, che prevede un “rito di iniziazione” per l’accesso di nuovi adepti.  
Un’ esempio può essere quello della  Fratellanza di Favara, in provincia di Agrigento, estesa a vari paesi dell'area dello zolfo e del latifondo. Contava oltre 500 soci, per lo più zolfatari, contadini e artigiani, e funzionava ambiguamente anche come società di mutuo soccorso. Una guerra intestina permise alla forza pubblica di scoprire l'organizzazione. La Fratellanza era organizzata su base intercomunale: uno o più capi-testa comandavano  più capi-decina, ognuno dei quali aveva sotto di sé non più di dieci soci. La struttura organizzativa, le modalità di accesso e il giuramento, con espliciti riferimenti a cerimonie di stampo settario (carboneria, massoneria, ecc.), erano simili a quelle delle altre cosche mafiose. Il processo alla Fratellanza di Favara si svolse nel 1885 e, non disponendo il tribunale di aule sufficientemente capienti, si celebrò in una chiesa di Agrigento: gli imputati (solo del reato di associazione a delinquere) furono quasi tutti condannati.

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Le considerazioni di Santi Romano  
"E' noto – scriveva il giurista palermitano Santi Romano -  come sotto la minaccia delle leggi statuali, vivono spesso, nell'ombra, associazioni, la cui organizzazione si direbbe quasi analoga, in piccolo, a quella dello Stato: hanno autorità legislative ed esecutive, tribunali che dirimono controversie e puniscono, agenti che eseguono inesorabilmente le punizioni, statuti elaborati e precisi come le leggi statuali. Esse dunque realizzano un proprio ordine, come lo Stato e le istituzioni statualmente lecite".

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Faida  
Si ha una faida  quando due famiglie (intendendo con questo termine tutta la parentela, fino ai gradi più lontani) combattono fra di loro e sono divise da un’inimicizia profonda. In particolare si parla di faida quando la contrapposizione tra le due famiglie sfocia in atti di violenza che portano a vendette incrociate, e quindi a uno stato di inimicizia che si protrae per molti anni.  
Il termine faida deriva dal tedesco “fehida” (nemico). Gli natichi codici di legge germanici permettevano alla vittima di un omicidio di vendicarsi sulla famiglia dell’assassino. La famiglia si riuniva in un consiglio allargato e decideva se intraprendere la “fehida”.

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Traffico degli stupefacenti  
L'ingresso dei mafiosi associati a Cosa Nostra siciliana nel commercio clandestino di narcotici risale agli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale quando  numerosi esponenti di Cosa Nostra - tra cui il boss italo americano Lucky Luciano - furono coinvolti nella diversione sul mercato illecito dell'eroina prodotta da alcune case farmaceutiche dell'Italia settentrionale.  
Per molto tempo tuttavia, il commercio di narcotici mantenne proporzioni relativamente contenute e fu solo alla fine degli anni Settanta che avvene il vero salto di qualità, quando le famiglie siciliane dei cugini Rosario Spatola e Salvatore Inzerillo, dei Badalamenti, dei Bontade insieme alla famiglia americana dei Gambino (Carlo Gambino era cugino di Inzerillo) sostituirono i marsigliesi sia nella raffinazione della morfina base proveniente dall'Asia del sud-est che nella vendita dell'eroina all'ingrosso per il mercato statunitense, realizzando quell'imponente rete di traffico illegale denominata  "Pizza Connection". Le famiglie mafiose "garantivano" le transazioni complesse e illegali. Truffe, inganni e sospetti erano comunque all'ordine del giorno. Segno visibile di questa nuova attività furono i laboratori per la raffinazione costruiti nei dintorni di Palermo, realizzati grazie ai proventi ottenuti da altre attività (edilizia, intervento pubblico, esattorie).  
Il traffico degli stupefacenti portò una ricchezza prima impensabile (ma non per tutte le famiglie nella stessa misura) e determinò la rottura della rigida compartimentazione territoriale delle famiglie generando alleanze tra mafiosi e "uomini d'affari": tale commistione fu, secondo il pentito Tommaso Buscetta, una delle cause scatenanti della guerra di mafia che, tra il 1981 e il 1982, fece contare un migliaio di casi tra omicidi e scomparsi.  
Oggi il traffico di sostanze stupefacenti costituisce una delle principali fonti di guadagni illeciti per le organizzazioni criminali di tutto il mondo, ivi comprese le famiglie mafiose associate a Cosa Nostra siciliana e gli altri gruppi della criminalità organizzata italiana. Il mercato illecito che questi traffici riforniscono è il più grande attualmente esistente e registra ogni anno un giro d'affari superiore a quello di numerose industrie lecite e  in misura considerevolmente superiore a ogni altra industria lecita,  garantisce tassi di profitto assai elevati alla maggior parte dei suoi operatori. Alla fine del processo di raffinazione dall'oppio, l'eroina viene venduta in Pakistan ai trafficanti che ne cureranno l'esportazione nei mercati finali di consumo a circa 3,3 dollari per grammo. Lo stesso ammontare di sostanza, però, dopo aver subito numerosi tagli che decuplicano la quantità originaria, frutta almeno 130 dollari nelle piazze europee, assicurando così ai suoi commercianti tassi di profitto superiori al 95 per cento. Guadagni analoghi vengono registrati anche nel caso della cocaina e, in misura parzialmente minore, dei derivati della cannabis, che assieme agli oppiacei, costituiscono le principali droghe illecite di origine naturale.  
Il valore aggiunto generato dall'industria dei narcotici è ben lungi dal essere equamente ripartito tra i diversi stadi dell'offerta. I contadini che coltivano il papavero da oppio o la pianta della coca in Asia o in America Latina ottengono solo le briciole di questo lucroso commercio. Oltre il 90 per cento dei profitti derivanti dal traffico di stupefacenti va a coloro che - come le formazioni della criminalità organizzata italiana - ne curano l'esportazione dai paesi di produzione e occupano i gradi più elevati del sistema di distribuzione nei mercati finali di consumo

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Rituale  
E’ rituale l’insieme prestabilito di gesti e azioni simboliche che precede l’ingresso di un nuovo membro all’interno di un gruppo chiuso quando il gruppo in questione è una setta religiosa, o comunque un’organizzazione segreta, e serve a rafforzare il sentimento di coesione e di appartenenza. I nuovi arrivati sono spinti così ad acconsentire sempre alle richieste del gruppo. All’interno del rituale mafioso, la descrizione più antica del giuramento è quella contenuta in un documento della questura di Palermo del febbraio 1876, e vale sostanzialmente per tutte le altre: il padrino procura all'aspirante una puntura nel dito indice, macchia con il sangue fuoriuscito un'immagine sacra che poi viene bruciata "a simboleggiare l'annichilimento" dell'eventuale traditore

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Pentiti  
Già nell'Ottocento tutti i grandi processi di mafia si basavano su dichiarazioni rese da confidenti appartenenti all'organizzazione, che tuttavia non venivano quasi mai presentate in giudizio. Leonardo Vitale è il primo mafioso dell'epoca repubblicana che decide di collaborare apertamente con le autorità. Non verrà creduto, e bisognerà aspettare le rivelazioni di Giuseppe Di Cristina e soprattutto, quelle di Tommaso Buscetta perché le conoscenze degli inquirenti su Cosa Nostra facciano un vero e proprio salto di qualità.  

Sui mafiosi che decidono di collaborare con la giustizia, in cambio di sconti di pena, libertà, aiuti economici, vi sono molti equivoci: lo stesso termine "pentiti" è ambiguo, facendo riferimento ad una dimensione etica (la sincerità del rimorso) che non può entrare nella valutazione del ruolo del singolo collaborante. In realtà senza l'apporto dei collaboranti le indagini di mafia sono impossibili: agli inquirenti resta da valutare non tanto la sincerità del pentimento, quanto la veridicità delle rivelazioni ed il loro peso. Se dal punto di vista etico può ripugnare che plurimi assassini vengano "premiati", dal punto di vista degli interessi generali della società questo risulta conveniente, tanto che la legislazione premiale, cioè l’insieme di leggi che prevedono “premi” per quegli affiliati alla criminalità organizzata che si dissociano dalla propria organizzazione  e che danno agli inquirenti informazioni tali da impedire nuovi delitti o assicurare alla giustizia i responsabili di crimini già commessi, rappresenta un cardine di altri paesi alle prese con criminalità di stampo mafioso (ad esempio gli USA).  

In Italia le leggi premiali sono state introdotte nel 1979 per combattere il terrorismo politico. Con la legge n. 203 del luglio 1991 la possibilità di sconti di pena e di aiuti economici è stata espressamente prevista anche per i responsabili di criminalità organizzata “comune”, quindi reati di mafia e simili.

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Massoneria
Per massoneria si intende un'organizzazione, o un insieme di organizzazioni segrete diffusasi nel Settecento europeo tra i membri delle classi superiori, che si consideravano gli elementi illuminati della loro società, legati da uno scopo di vaga contestazione dell'assolutismo e del potere della Chiesa cattolica, ispirati da principi laici e razionalisti. Un complicato simbolismo valeva a distinguere gli iniziati dai profani. All'inizio dell'Ottocento la massoneria fungeva da punto di riferimento per il fiorire di sette -associazioni clandestine e misteriose- che intendevano contrapporsi sul piano politico alle monarchie restaurate dopo la Rivoluzione francese. Si ritiene che la Carboneria, insieme di gruppi clandestini liberali e nazionalisti diffusi nel primo Ottocento in tutta Italia e ancor più nel Mezzogiorno, rappresentasse l'emanazione politica della massoneria. A partire dal 1848 prevalsero raggruppamenti più basati sul consenso e sulla propaganda palese, che possiamo assimilare ai  moderni partiti politici, e le associazioni di tipo carbonaro decaddero. Però la massoneria rimase in voga anche in regimi liberal-democratici. Ancor oggi ad essa si ispirano associazioni del tutto lecite, ma anche gruppi che per mantenere un carattere occulto e misterioso sono stati considerati nemici della democrazia, o almeno luoghi di trame affaristiche illecite: è il caso, nell'Italia degli anni scorsi, della cosiddetta loggia P2. Limitatamente a questo discorso, si può ben dire che la mafia sia una specie di massoneria della grande delinquenza.

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Omertà  
La più nota delle possibili etimologie della parola omertà venne fornita negli anni Ottanta dell'Ottocento dal grande etnologo palermitano Giuseppe Pitré, e a sua volta si modellava su quella indicata già alla metà del decennio precedente dal magistrato Giuseppe Di Menza. Il termine deriverebbe dalla radice omu (uomo), da cui l'astratto omineita-mortà rifletterebbe una concezione esasperata, tutta popolaresca e mediterranea, della virilità, per la quale ognuno è costretto a vendicare le offese da sé, senza mai far ricorso, pena il disonore, alla forza pubblica. In questo senso per Pitré omertà era il concetto chiave che stava linearmente a chiarire quello di mafia, di per sé ambiguo o oscuro, "quasi impossibile da definire" se non magari in negativo: la mafia, egli scrisse, "non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti, (...) il mafioso non è ladro, né malandrino (...); la mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della propria forza individuale, (...) donde le insofferenze della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui".
Siamo alle origini di una costruzione intellettuale tendente a tutelare l'immagine della Sicilia offesa dalle (presunte) calunnie e incomprensioni dei continentali. Di quest'immagine negli anni a venire si sarebbero appropriati in particolare gli avvocati dei mafiosi, desiderosi di dimostrare che i loro assistiti si scontravano per loro privati odi "di famiglia", che essi erano affetti da "ipertrofia dell'io" (sic!), che l'omertà rappresentava un semplice riflesso di tale ipertrofia, tipica dell'homo sicilianus.  
Viceversa già al tempo di Pitré era diffusa l'idea della mafia come organizzazione settaria, dall'etnologo - e da tanti altri - rifiutata sdegnosamente come invenzione dei questurini continentali. Significativamente negava, Pitré, la derivazione della parola omertà da umiltà attraverso la conversione della i in r, tipica del dialetto siciliano, etimologia indicata da molti, ad esempio da Giuseppe Alongi, criminologo e funzionario di polizia, non continentale ma siciliano (1886). Umiltà era infatti termine usato nel primo Ottocento nelle organizzazioni delinquenziali (camorristiche) e in quelle massoniche e carbonare. Nelle organizzazioni massoniche ottocentesche, anche fuori della Sicilia, il delatore si diceva infame.  
In una delle prime testimonianze sul tema (1864) , dovuta dal barone Nicolo' Turrisi Colonna, senatore, eminente leader politico del tempo, ed egli stesso sospetto quale grande protettore di mafiosi, non troviamo ancora la parola mafia ma troviamo le parole setta, infamia, umiltà: "umiltà importa rispetto e devozione alle sette ed obbligo da qualunque atto che può' nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati. (...) Chi è vissuto qualche tempo nelle campagne di Palermo, conosce come spesso si formino delle grandi riunioni della setta per discutere della condotta d'un tale affiliato. (...) L'assemblea, intesi tutti i componenti, decide".  
Il termine umiltà-omertà ci porta dunque dentro l'organizzazione mafiosa.  

(Sintesi dalla voce Omertà di Salvatore Lupo in La Mafia. 150 anni di storia e storie, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).

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Giuseppe Pitré  
Giuseppe Pitré  fu il fondatore degli studi folclorici in Italia. Palermitano, si laureò in medicina ma dedicò tutta la vita alla raccolta e allo studio delle tradizioni popolari siciliane. Presidente della Società siciliana di storia patria, e in seguito della Regia accademia di scienze e lettere di Palermo, fondò il Museo di Etnografia siciliana che prese il suo nome. Dal 1910 fu professore all’Università di Palermo, dove ebbe la cattedra di “demopsicologia” (cioè “psicologia del popolo”) che era la denominazione da lui preferita per gli studi folclorici. La sua opera maggiore è la Biblioteca delle tradizioni popolari: una raccolta monumentale di 25 volumi di canti, giochi, proverbi, medicina popolare (uscita fra il 1871 e il 1913) che rimane impareggiabile per ampiezza e precisione.  
Alla fine dell’Ottocento, quando si discusse sul significato originario di alcune parole chiave della mafia, al fine di nobilitarne i contenuti, Pitré cercò di dotare di dignità scientifica la derivazione della parola omertà da "omineità", già sostenuta dal magistrato Di Menza, quindi legata all'essere "uomo", e di negarne il legame con la parola umiltà, del linguaggio dei galeotti.  Pitré sostenne inoltre che il significato originario della parola mafia fosse "graziosità, eccellenza nel suo genere" ed in seguito "coscienza d'esser uomo, sicurtà d'animo... non mai arroganza". Egli descrisse il mafioso come persona che voleva essere rispettata e, se offesa, non ricorreva alla giustizia, perché avrebbe dato prova della propria debolezza. Secondo lo studioso, l'immagine  della mafia come delinquenza sarebbe stata diffusa dallo spettacolo teatrale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi di la Vicaria, rappresentato più volte tra il 1863 e il 1884.

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Carboneria  
Sorta a Napoli all’inizio dell’ Ottocento sotto il governo di Gioacchino Murat, la Carboneria nacque da una scissione della massoneria, e ne accentuava molto gli obiettivi democratici e  antiautoritari. Ebbe una parte fondamentale nel moto risorgimentale napoletano del 1820, e si diffuse negli anni Venti e Trenta anche in Francia e Spagna. Dopo il fallimento del Venti, fu riorganizzata dal rivoluzionario Filippo Buonarroti, che rappresentava l’ala più radicale dei movimenti nazional-patriottici di inizio Ottocento e che si prefiggeva l’obiettivo dell’eguaglianza giuridica ed economica di tutti cittadini. Si esaurì alla fine degli anni Trenta per la morte del Buonarroti e il successo delle organizzazioni mazziniane, che in Italia presero sostanzialmente il suo posto.

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Rivoluzione del 1848  
Il 1848 fu un anno di rivoluzioni in tutta Europa.  
A Palermo i moti iniziarono il 12 gennaio 1848 ed ebbero successo immediato. Si allargarono a tutta la Sicilia e, contrariamente a Napoli e al resto d’Italia, furono caratterizzati da una forte partecipazione popolare, sia in città che nelle campagne unanime fu la richiesta di autonomia per l’isola.  L’estendersi delle agitazioni anche nella parte continentale del regno indusse il re Ferdinando II a concedere, il 10 febbraio, una costituzione molto moderata. Ma con doppiezza tipica degli esponenti della sua famiglia (non diversamente si era comportato il suo predecessore Ferdinando I nel 1820) lo stesso re realizzò un colpo di stato (15 maggio 1948). Fra alterne vicende il parlamento autonomo siciliano riuscì a resistere fino al 15 maggio 1949, quando Palermo fu occupata dalle truppe borboniche.

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Avvocato Francesco Gestivo  
Nell’ inchiesta sul conto di Giammona il questore di Palermo, Rastelli, segnalò alcuni aspetti della sua attività mafiosa, dall’influenza sul mondo politico (poteva manovrare una quarantina di voti, quando ne bastavano poche centinaia per essere eletti al Parlamento), alla partecipazione a reati di sangue. Francesco Gestivo, avvocato difensore di Giammona, così presentava invece le attività del suo cliente:  "Dunque nei dintorni di Palermo  si è formata come una specie di guardia nazionale, e il Giammona come gli altri proprietari di giardini, gabellotti e altri che sono nella stessa condizione si sono associati e sono prevalsi colla loro unione sino al punto di non fare succedere delitti, né reati, né scrocchi. E  che ne è successo? E' successo che hanno riscosso l'odio di coloro che non hanno potuto fare quello che hanno fatto loro; e quindi le denunce contro di loro, li han dipinti come persone facinorose, mafiose, sospette".  

Come si vede, si trovano sempre dei difensori dei mafiosi, disposti a descriverli come normali uomini d'affari capaci di usare metodi energici pur di mantenere l’ordine  

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Collusi  
Un colluso è colui che stipula un accordo segreto con un altro soggetto, con lo scopo di commettere un illecito contro una terza persona ingannando la sua buona fede. Si dice in particolare a proposito di mafia, quando una persona, che non è parte integrante dell’organizzazione, stringe però un patto segreto con essa per ottenere un favore o un vantaggio a danno di un terzo.  
Tipico è il caso degli appalti pubblici, quando un imprenditore ricerca l’appoggio dei mafiosi per battere un concorrente.

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Cosa Nostra  
Nel II dopoguerra, mentre si andavano cementando i rapporti di tipo affaristico e clientelare fra mafiosi, politici, imprenditori, funzionari pubblici, la mafia procedette ad una profonda riorganizzazione interna. Elemento decisivo, in questo periodo più che in altri, furono i rapporti con alcuni mafiosi statunitensi. Sia attraverso contatti, sia con l'attività in Italia di personaggi come Frank Coppola, legato strettamente al mondo della politica, Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Garofalo, la mafia rinnovò le proprie strutture, si dotò di un'organizzazione più articolata sul territorio, entrò in relazioni d'affari con le più organizzate famiglie statunitensi per gestire il traffico degli stupefacenti. Essenziale, in questa fase, fu la figura di Luciano, proteso ad evitare conflitti dirompenti tramite una programmazione manageriale delle attività mafiose. Ci si avviò verso "Cosa Nostra" (i mafiosi chiameranno in questo modo la loro organizzazione, sull'esempio degli americani), una struttura di governo del territorio e di coordinamento delle attività mafiose.  

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Espansione edilizia  
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta la città di Palermo cambia volto. Da 335.000 abitanti passa, nel giro di sette anni, a 665.000. L’avanzata del cemento armato tonifica l’industria edilizia, che assicura salari e garantisce a costruttori e appaltatori facili arricchimenti. Su tutti emerge Francesco Vassallo, ex carrettiere, pregiudicato, protagonista dal dopoguerra di una fortunata carriera imprenditoriale. “Vassallo – scrisse Michele Pantaleone (Antimafia occasione mancata, Torino, 1969) - è il costruttore fortunato cui riesce facile ottenere ciò che chiede; è ancora più favorito perché non paga “u pizzu”, non subisce attentati; i suoi cantieri sono tranquilli, i suoi impianti, le macchine, il suo materiale non subiscono danni, mentre tutta la città è sotto l’incubo degli attentati e vive gli anni violenti della lotta tra le cosche dell’edilizia, che fa registrare una media di due omicidi la settimana”.

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Calogero Vizzini  
Nato nel 1877, fin da giovane si mise in mostra come uno dei più potenti gabellotti del palermitano. Venne inviato al confino dalla polizia fascista nel 1925. Fu tra i mafiosi che aiutarono le truppe alleate al momento dello sbarco in Sicilia. Come ricompensa per i servigi resi, oltre la nomina a colonnello onorario, diventò primo cittadino di Villalba. Dopo essersi battuto in un primo momento per le tesi del movimento separatista e aver appoggiato le scorribande del bandito Giuliano, contribuì successivamente alla sua cattura e uccisione. Aderì in seguito alla Democrazia cristiana. Indiziato di 51 omicidi, morì nel 1954. Al suo funerale parteciparono diecimila persone.

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Michele Navarra  
Primogenito di otto figli di una famiglia del ceto medio, Michele Navarra nacque a Corleone (Palermo) nel 1905: il padre Giuseppe, piccolo proprietario terriero e membro del “Circolo dei nobili” del paese, esercitava le professioni di geometra e maestro della locale scuola agraria. Terminate le scuole ordinarie, si iscrisse all’Università di Palermo, prima alla facoltà di ingegneria e poi a quella di medicina. Ottenuta nel 1929 la laurea in medicina e chirurgia, prestò servizio militare a Trieste come medico ausiliario. Tornato a Corleone seppe guadagnarsi come medico condotto  la benevolenza degli abitanti della zona. Prestigio professionale, furbizia e apparente bonomia furono le doti che lo innalzarono a capo indiscusso della locale famiglia mafiosa, con il soprannome di “u patri nostro”.  
Nel 1943 fu interlocutore credibile degli alleati e ne approfittò per costituire, con il fratello, una società di autolinee, funzionante grazie ai mezzi recuperati nell’isola dal Governo alleato; nel 1947 la società fu rilevata dalla Regione Sicilia e quindi assorbita nell’Azienda Siciliana Trasporti.  
In politica Navarra appoggiò inizialmente le istanze indipendentiste, poi fece confluire i voti controllati dalla mafia locale prima sul Partito liberale poi sulla Dc. Tra il 1946 e il 1948 divenne anche la massima autorità sanitaria della sua zona, medico fiduciario dell’Inam e primario dell’ospedale di Corleone, poltrona così ambita da spingerlo a commissionare l’uccisione del legittimo titolare. Negli stessi anni si impegnò per  controllare le pretese dei contadini e assicurare l’amministrazione dei feudi del corleonese ai suoi uomini. Arrestato nell’ambito dell’inchiesta su due efferati omicidi, quello del sindacalista Placido Rizzotto e di Giuseppe Letizia, il tredicenne che del primo delitto era stato testimone e che morì in seguito a un’iniezione praticatagli dallo stesso Navarra, il capomafia, grazie alle forti protezioni politiche, non fu mai condannato e poté rientrare  a Corleone nel 1949, dopo pochi mesi di confino. Raggiunse l’apice del successo favorendo l’elezione dell’avvocato Alberto Gensardi, genero di Vanni Sacco, potente capo mafia di Camporeale, alla guida del consorzio agrario per la bonifica dell’alto e e medio Belice. Con quella nomina la mafia ribadì la sua contrarietà alla realizzazione di una diga sul fiume Belice, che avrebbe significato la fine del suo controllo sull’erogazione dell’acqua nell’agro palermitano, trapanese e agrigentino.  
Il primato di Navarra durò fin quando non gli sbarrò la strada  Luciano Liggio. Navarra, che lo aveva avuto tra i suoi picciotti, ne intuì le terribili potenzialità e ne ordinò l’uccisione. Liggio però scampò all’attentato e si prese la rivincita: il 2 agosto 1958 Navarra fu trucidato da Liggio e i suoi mentre rientrava in auto a Corleone con un amico.  

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Luciano Liggio  
Nato a Corleone nel 1925, successe a Michele Navarra, guidando i corleonesi all’assalto della città di Palermo in aperta sfida al predominio delle altre famiglie di Cosa Nostra. Oltre alla conquista dei mercati illegali, si arricchì con l’edilizia, pubblica e privata, facendo leva sul rapporto preferenziale con Vito Ciancimino, assessore e sindaco della città negli anni del sacco edilizio.  
Deciso e spietato, non esitò mai a eliminare  i tanti ostacoli che gli si pararono dinnanzi, dal sindacalista Placido Rizzotto (1948) al capomafia Michele Navarra (1958). Arrestato una prima volta nel 1964, fu assolto per insufficienza di prove nei processi di Catanzaro (1968) e di Bari (1969).  Nel 1971 uccise il procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione. Fu poi latitante nel nord Italia, dove portò a termine numerosi sequestri di persona, tra cui quelli di Luigi Rossi di Montelera e di  Paul Getty III. Arrestato a Milano nel 1974, non tornò più in libertà. Morì colpito da infarto nel 1993, nel carcere di Badu ‘e Carros, in Sardegna.

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Salvatore Riina  
Originario di Corleone (1930), a diciannove anni uccise un coetaneo in una rissa. Scontati sei anni di carcere ritornò al paese, diventando luogotenente di Luciano Liggio. Arrestato nel 1963, dopo alcuni anni di reclusione all’Ucciardone fu assolto prima nel processo di Catanzaro (1968), poi in quello di Bari (1969). Inviato al soggiorno obbligato, si diede alla latitanza: prendendo il posto di Liggio quando questi finì in carcere, condusse i corleonesi negli anni Ottanta e Novanta alla realizzazione di immensi profitti, prima con il contrabbando poi con la droga e gli appalti pubblici. Oltre a realizzare il predominio all’interno di cosa nostra, Riina, denominato “Totò u curtu” lanciò anche una pesante sfida allo Stato, eliminando numerosi rappresentanti della magistratura, delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Dopo 23 anni di latitanza, trascorsi in assoluta libertà e per lo più a Palermo, fu arrestato dai carabinieri il 15 gennaio 1993. Gli sono stati attribuiti tutti gli omicidi eccellenti decisi da Cosa Nostra negli ultimi decenni, comprese le stragi in cui persero la vita i magistrati Falcone e Borsellino.

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Delitto Notarbartolo  
Di nobile famiglia, Emanuele Notarbartolo fu sindaco di Palermo dal 1873 al 1876. Esponente della Destra, aveva però saputo farsi apprezzare per la sua equanimità, dimostrando di sapersi tenere lontano dalle lotte più faziose. Fu successivamente nominato direttore del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890. Durante tutti i suoi incarichi si segnalò per rigore morale e per le capacità di buon amministratore.  
Notarbartolo fu assassinato in treno tra Termini Imerese e Palermo la sera del 1 febbraio 1893. Si sospettò subito che mandante dell'omicidio fosse il deputato Raffaele Palizzolo che, come membro del consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia, si era ripetutamente scontrato con lui e ne osteggiava il probabile ritorno alla direzione dell'istituto di credito. Notarbartolo, infatti, aveva sempre ostacolato le spregiudicate operazioni finanziarie che il deputato aveva tentato di attuare. Palizzolo, appartenente, come Notarbartolo, all'area della Destra, aveva pessima reputazione: protettore di mafiosi e banditi, godeva non di meno di eccellenti relazioni con magistrati e poliziotti e di notevole influenza politica. Notarbartolo sospettava fondatamente che fosse lui il mandante del suo sequestro, avvenuto nel 1882. Nonostante i numerosi indizi  sugli esecutori materiali dell'omicidio, tutti collegati a Palizzolo, le indagini furono ostacolate: grazie alle molteplici protezioni di cui godeva il sospetto, il caso fu insabbiato per lunghi anni.

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Abigeato  
Il furto di bestiame era un reato tipico delle zone ad alta concentrazione mafiosa per la vasta rete di complicità e di omertà che richiedeva. In genere le bestie erano trascinate via dai recinti e  spinte a molti chilometri di distanza, di solito in un villaggio diverso da quello di origine. Là una parte veniva macellata e venduta clandestinamente, mentre per la restituzione dell’altra parte veniva chiesta al proprietario una somma in denaro. Nella realizzazione di un abigeato venivano dunque coinvolti i guardiani dei campi del proprietario e dei terreni sui quali le bestie transitavano, il macellaio e i suoi compaesani che compravano la carne in “nero”.  Nella maggior parte dei casi, infine, il proprietario accettava di pagare per la restituzione di una parte dei capi, rimanendo anche lui coinvolto nella spirale del silenzio.

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Lotte contadine
Subito dopo la guerra  ripresero con grande forza, soprattutto nel Sud, le agitazioni contadine, con un movimento analogo  a quello che si era manifestato dopo la prima guerra mondiale. Come in precedenza, il sistema di lotta più usato fu l’occupazione di terre incolte e la loro coltivazione, con la successiva rivendicazione dei frutti del lavoro e della terra stessa.  
Lo stato rispose al movimento in maniera duplice, da una parte vi furono repressioni anche molto dure, con morti e feriti; dall’altra anche la Dc, saldamente insediatasi dal 1948 alla guida del governo, si rese conto che la questione agraria doveva necessariamente essere affrontata a causa dell’arretratezza spaventosa dei rapporti agrari in certe zone del paese. Nel 1950 fu quindi varata una parziale riforma agraria, con la “legge Sila” e la “legge stralcio”.

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Famiglia Greco  
Capo della famiglia Greco fu Michele, detto “il papa”, nato a Palermo nel 1924, alla guida della cosca di Ciaculli e nel 1978 capo della “commissione” di Cosa Nostra. Alleato dei corleonesi, fu insieme al fratello Salvatore, il mandante dell’omicidio del giudice istruttore Rocco Chinnici.  

Amava frequentare i salotti bene di Palermo e  la sua tenuta di Ciaculli era visitata da politici, banchieri, professionisti e aristocratici decaduti che vi si recavano per banchetti o battute di caccia. Nella stessa tenuta furono ricavati rifugi sicuri per mafiosi latitanti  e anche una raffineria di eroina.  

Altri esponenti della famiglia e quasi suoi coetanei, furono Salvatore Greco, fratello di Michele, chiamato “senatore” per la sua frequentazione degli ambienti politici siciliani; Salvatore Greco, cugino del “papa”, dedito al traffico internazionale di tabacchi e stupefacenti; Totò Greco, un altro cugino, soprannominato “l’ingegnere”, amico dei più potenti boss italo–americani.

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Nascita della regione a statuto speciale  
La Sicilia è una delle cinque regioni a statuto speciale, come sancito dalla Costituzione del 1948 (art. 116). In realtà la nascita della Regione precedette l’entrata in vigore della Costituzione.
Il principio dell’autonomia regionale siciliana entrò nella fase di preparazione giuridica nel settembre 1945. Il progetto venne affidato a una Commissione paritaria nominata dall’Alto Commissariato per la Sicilia e composta da rappresentanti di tutti i partiti. La bozza di statuto elaborata dalla Commissione fu sostanzialmente accolta dalla Consulta regionale siciliana: venne ribadita la competenza esclusiva alla regione di alcuni tributi riscossi nell’isola; la durata della legislazione fu definita in quattro anni. Si prevedeva inoltre con l’art. 38 la costituzione di un fondo di solidarietà nazionale in cui lo stato avrebbe versato finanziamenti da utilizzare per lavori pubblici.  
L’aspetto rivoluzionario del progetto approvato dalla Consulta era quello di concepire la Sicilia quale entità politica primaria, dotata di competenze proprie pur rimanendo all’interno dei confini dello Stato unitario. Lo Statuto, promulgato con il decreto legislativo luogotenenziale del 15 maggio 1946, fu poi esteso anche alla Sardegna. L’anno successivo, il 20 maggio 1947, si tennero le prime elezioni dell’Assemblea regionale siciliana.

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Tommaso Buscetta  
Nato a Palermo nel 1928, entrò nella mafia a vent’anni. Arrestato per la prima volta per contrabbando di sigarette nel 1956, all’inizio degli anni Sessanta, quando in Sicilia divampava la prima guerra di mafia, si rifugiò in Messico. Nello stesso periodo su di lui venne spiccato un mandato di cattura per associazione a delinquere e omicidio plurimo.  

La sua carriera criminale si svolse tra Europa e Sud America, soprattutto nel contrabbando di tabacchi e droga. Processato in contumacia a Catanzaro (1968), fu arrestato nel 1970 negli Usa e nel 1971 si trasferì in Brasile. Nello stesso anno la Commissione antimafia  lo inserì nella lista dei dieci mafiosi più pericolosi. Nel 1977 fu estradato dal Brasile, ma dopo un breve periodo di carcere, grazie al regime di semilibertà, fu di nuovo un latitante.
All’inizio degli anni Ottanta tornò in Italia, nell’inutile tentativo di tentare una conciliazione tra le vecchie famiglie palermitane e i rampanti corleonesi. Fu nuovamente arrestato nel 1983 in Brasile ed estradato in Italia nel 1984. Iniziò da allora a collaborare con il giudice  Falcone, che emise, in base alle sue rivelazioni, ben 366 mandati di cattura.  Fu Buscetta a svelare per primo e in maniera compiuta al giudice i segreti di Cosa Nostra, offrendo le chiavi di lettura necessarie per interpretare l’organizzazione, gli organigrammi, le attività e gli appoggi della mafia. Dopo la strage di Capaci, a partire dal 1993, rilasciò nuove dichiarazioni sui rapporti tra mafia e politica e sui delitti Moro, Pecorelli, Dalla Chiesa.  

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Benedetto (Nitto) Santapaola  
Nato a Catania (1938) da famiglia di modeste condizioni, venditore ambulante, poi titolare di una concessionaria di auto, Nitto, soprannominato “il cacciatore”, è stato uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.  

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta ha scalato i vertici di Cosa Nostra, prima eliminando Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (1978), poi commissionando ai corleonesi la strage della Circonvallazione, nella quale il suo rivale, Alfio Ferlito, fu ucciso insieme ai carabinieri che lo scortavano in carcere (1982). Fondamentale fu il patto di ferro con Totò Riina, per ricambiare il quale Santapaola organizzò l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo.  
Latitante dal 1982, fu catturato nel 1993 in una masseria di Lazzarone, fra Catania e Ragusa: in seguito alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, sono emerse le commistioni tra “il cacciatore” e il “comitato d’affari”, composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti, che ha controllato Catania negli anni Ottanta. Nel 1997 Santapaola è stato condannato all’ergastolo anche per la strage di Capaci.

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Camorra  
Nella Napoli dell'Ottocento la camorra era anzitutto un'attività delinquenziale rivolta specificamente all'estorsione, con un radicamento e caratteristiche urbane. Sul piano sociale coinvolgeva ceti plebei e sottoproletari, separati e marginali rispetto alle classi dominanti, per le quali svolgevano saltuariamente funzioni subalterne di mediazione clientelare e di intimidazione.  
I camorristi erano molto diffusi tra i facchini, collocati nei luoghi centrali dell'estorsione, dove si svolgevano tutte le relazioni di mercato; e poi tra i cocchieri, negli ambienti della prostituzione e del gioco d'azzardo. Si autorappresentavano come una sorta di aristocrazia della plebe che tutelava l'ordine e la giustizia nella carenza dello Stato. I caselli del dazio a Napoli vedevano spesso la compresenza dell'ufficiale governativo e del camorrista.
Il carattere plebeo di questa associazione criminale si modifico dall'ultimo quarto del XIX secolo, quando l'allargamento del suffragio e del ceto politico e amministrativo accrebbe le occasioni di scambio tra la politica e la camorra. Accanto al camorrista plebeo comparve sempre più spesso il guappo di “sciammeria”, borghese o imborghesito.  
Nel Novecento l'industrializzazione, l'organizzazione del movimento operaio, l'emigrazione, circoscrissero spazio e prospettive di un fenomeno criminale posto ai margini delle trasformazioni sociali. Il carattere prettamente urbano della camorra andò attenuandosi per la diffusione, nelle campagne della Campania, di forme di criminalità legate alla commercializzazione dei prodotti agricoli. A differenza del mafioso, che si poneva tra rendita fondiaria e contadini, l'intermediario di stampo camorristico svolgeva le sue funzioni di mediazione tra il contadino e il mercato, caratterizzandosi come agente improprio di un capitalismo mercantile, poco e male sviluppato in un paesaggio agrario tanto ricco e intensivo quanto fortemente spezzettato nel possesso.  
Negli anni Sessanta, con la centralità assunta dal porto di Napoli nel contrabbando di sigarette si avviò la formazione di una criminalità organizzata moderna, che si alleò con la mafia siciliana contro i marsigliesi, ristrutturandosi secondo il modello mafioso. Questa alleanza fu favorita dal soggiorno obbligato stranamente imposto nel Napoletano ai capimafia Bontade e Spadaro e dalla latitanza da queste parti di Luciano Liggio e di Gerlando Alberti. Maturò così l'affiliazione a Cosa Nostra dei clan camorristici Zaza, Nuvoletta, Bardellino e l’inserimento della criminalità organizzata napoletana e campana nei circuiti internazionali dei traffici illeciti controllati da Cosa Nostra.  
A metà anni '70, con la crisi del contrabbando di sigarette, intorno a cui si era sviluppato a Napoli un sistema che coinvolgeva nelle diverse attività circa 60 mila persone, si accelerò lo spostamento verso il traffico della droga, gestito dalla criminalità napoletana in stretta alleanza con la mafia siciliana. Fu da  questo momento che il fenomeno camorristico, nelle sue trasformazioni, tornò dopo molto tempo all'attenzione nazionale.  
Centrale diventò il ruolo di  Raffaele Cutolo, impegnato, con la “Nuova camorra organizzata”, nell’ ambizioso tentativo di spazzare via dalla Campania il dominio di Cosa Nostra. Cutolo tentò di unificare in una sola organizzazione tutte le forme criminali presenti in Campania: dallo scippo all'estorsione, dal tabacco alla droga, agli appalti pubblici. Tutta l'area della vastissima emarginazione giovanile fu da lui  coinvolta in un progetto di associazione criminale di massa, che riassunse la denominazione camorristica per fissare anche nei simboli la rottura con la mafia siciliana.  
Il terremoto del 1980 consentì alle diverse fazioni camorristiche di espandere la loro potenza economica, grazie all'immediato inserimento nella distribuzione dei cospicui appalti pubblici: dalla rimozione delle macerie e dalla installazione dei primi prefabbricati alle costose e spesso inutili opere della decennale ricostruzione. Prese anche l’avvio una guerra tra i clan della Campania che, in cinque anni, fece segnare un migliaio di morti.
Furono infine i clan Alfieri e Calasso a raccogliere gran parte dell'eredità cutoliana: alleanze coi clan dell'intera Campania, rapporti di scambio coi politici nazionali e locali, relazioni di affari con le imprese edili. Per quasi un decennio essi dominarono l'intreccio criminalità - affari - politica in Campania. La Commissione antimafia, a fine '93, definì questo processo di integrazione come un vero e proprio "blocco politico- camorrista negli enti locali".  
Le inchieste giudiziarie - grazie alle testimonianze degli stessi protagonisti politici, economici e criminali di queste imprese – hanno colpito dal '93-'94 il cuore di questo sistema. Ma non potranno, da sole, dissolverlo e impedirne la riproduzione in forme diverse. La relazione preparata nel giugno '97 dalla Procura della Repubblica di Napoli per la Commissione parlamentare antimafia ribadisce il perpetuarsi di una drammatica situazione di profondo inquinamento criminale sia della società che delle istituzioni. Non vi è zona del territorio che non sia sottoposta ad intensa pressione camorristica. Più spesso, è la camorra a governare, esercitando un'asfissiante influenza sulle amministrazioni locali e sulle attività d'impresa, oltre il tradizionale quanto diffuso controllo di ogni mercato illegale.  

(Sintesi dalla voce Camorra di Francesco Barbagallo in La Mafia. 150 anni di storia e storie, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).

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‘Ndrangheta  
Malgrado oltre un secolo di storia che ne documenta lo straordinario radicamento in Calabria e nonostante la scoperta di stabili succursali impiantate in almeno quattro continenti, la 'Ndrangheta rimane il fenomeno più sottovalutato dello scenario criminale italiano. E anche quello ancora meno indagato, più impunito e quindi più insidioso.  
Spesso confusa (anche dalla letteratura e dal cinema) con retaggi del brigantaggio post-unitario,  ritenuta meno pericolosa rispetto alla camorra e soprattutto rispetto alla mafia siciliana) la 'Ndrangheta è stata sempre collocata in un contesto arcaico, relegata in orizzonti contadino-pastorali, confinata in una società arretrata, sottosviluppata.
Non a tutti, però, anche fuori dalla Calabria, è sfuggita la consapevolezza della sua pericolosità. Giovanni Falcone segnalava che la 'ndrangheta è caratterizzata da modelli di comportamento relativamente arcaici, senza per questo essere meno pericolosa delle altre forme di criminalità organizzata, con cui condivide le caratteristiche essenziali, come il controllo del territorio, l'influenza sugli organi amministrativi locali, l'estorsione di denaro a danno delle imprese e l'organizzazione del traffico di droga.  
La 'Ndrangheta ha una struttura marcatamente orizzontale: le cosche  (chiamate 'ndrine o locali) ciascuna delle quali ha giurisdizione su un territorio determinato che in genere corrisponde a quello di un singolo comune o a parte di esso nel caso  di centri importanti o città. Nei loro  ambiti territoriali le cosche sono sovrane: non esiste in Calabria un capo unico, un padrino dei padrini e mancano pure sia una direzione unitaria che organismi sovraordinati alle cosche. Questo non significa che i collegamenti siano inesistenti o casuali e sfilacciati. Al contrario sono fitti, rapidissimi e funzionali, vertendo su singole questioni o sulla necessità di stabilire alleanze nei frequenti, inevitabili, conflitti con altri gruppi criminali.  
Cuore e perno fondamentale della 'Ndrangheta è la famiglia naturale e tutto l'ambito parentale facente capo agli esponenti di maggior spicco criminale dell'organizzazione. Se per la mafia siciliana è il paese o il quartiere cittadino di appartenenza a designare e qualificare il legame e la pertinenza dell'affiliato a una cosca, in Calabria prevale invece decisamente l'indicazione del cognome della famiglia (o del gruppo di famiglie alleate) più importante alla quale un affiliato appartiene per legami di sangue oppure di parentela, naturale o artificiale (pensiamo alle reti di comparaggi che si ramificano attraverso la celebrazione di battesimi, cresime e matrimoni).  
Sono le famiglie mafiose in prima persona, e non le organizzazioni territoriali, a svolgere direttamente le attività criminali, a uccidere, estorcere, rapire, a rapinare, gestire traffici internazionali di armi e droga, ad accumulare ingenti risorse economiche e a riciclarle, a corrompere apparati pubblici e a stringere patti scellerati con altri gruppi criminali o con altri poteri palesi e occulti  e con servizi segreti più o meno deviati.  
La flessibilità e duttilità nella strutturazione corrisponde nella 'Ndrangheta a un'estrema rigidità nelle regole associative, ferree ed inderogabili. La mafia calabrese è diventata una formidabile élite criminale capillarmente diffusa nella regione d'origine e dotata di una sua vasta ragnatela internazionale grazie all'adozione di un codice normativo valido sia all'interno dell'organizzazione, nella quale ogni tradimento è stato e viene sempre immancabilmente punito con la morte, sia all'esterno, attraverso l'uso della intimidazione sistematica  fino alla ferocia più estrema  nei confronti delle vittime e di eventuali testimoni od ostacoli istituzionali. E' tradizione della 'Ndrangheta l'esercizio della violenza più efferata, con efficienza e prevedibilità. In molte aree della regione, a confronto con uno Stato distante e distratto ha prevalso il potere più vicino della 'Ndrangheta, sia in termini di rapporti di forza sia di modelli culturali, diventando così dominante e acquisendo persino ampi margini di (ambiguo) consenso popolare in quanto autorità in grado di regolare conflitti, reprimere e controllare  la microcriminalità e condizionare le ataviche rivalità tra gruppi familiari (le cosiddette "faide", catene di delitti che si tramandano, vendetta dietro vendetta, di generazione in generazione).  
L'adesione alla 'Ndrangheta è tradizionalmente riservata: bisogna essere maschi e calabresi. Regola antica, che come tutte le regole registra evoluzioni e ammette eccezioni. Le cronache e gli atti giudiziari segnalano già parecchi casi di ingresso di mafiosi campani e pugliesi e  la doppia affiliazione di esponenti siciliani. Anche il maschilismo più codificato non costituisce una barriera invalicabile: oltre ai tradizionali ruoli di fiancheggiatrici e di pedine sottomesse delle "strategie matrimoniali" e accanto a un sempre maggiore coinvolgimento delle donne (madri, mogli, figlie e sorelle di 'ndranghetisti) nella gestione di affari criminali e di imprese "pulite", si verificano anche casi di complicità sempre più pregnanti e addirittura di affiliazioni femminili in piena regola.  

Statuti, formule secolari e antichi comportamenti convivono nella 'Ndrangheta con strumenti e moduli operativi criminali efficientissimi, d'avanguardia. E' il caso dei sequestri di persona a scopo d'estorsione, un reato che ha fatto registrare quasi un monopolio della 'Ndrangheta: più che di eredità del brigantaggio, si tratta di un'attività legata a esigenze di controllo e sfruttamento (di "signoria" piena) sul territorio ma anche all'esercizio di una sorta di intimidazione permanente e preventiva nei confronti dei ceti impreditoriali locali, sottoposti in tal modo alla minaccia di cadere vittime dei sequestri e come tali facilmente piegabili alla pressione estorsiva.  

(Sintesi dalla voce ‘Ndrangheta di Gianfranco Manfredi, in La Mafia. 150 anni di storia e storie, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).

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Il caso Sindona  
Avvocato siciliano, originario di Patti,  instaurò rapporti con  esponenti mafiosi e con i servizi segreti americani fin dal termine della seconda guerra mondiale, e realizzò, nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, anche grazie alle relazioni d'affari con la curia vaticana, l'Istituto per le Opere di Religione (Ior) una rapida e trionfale affermazione nel panorama finanziario internazionale. L’inquietante scenario di oscuri interessi ed attività criminose, sviluppatesi prima all'ombra di Cosa Nostra e della loggia massonica P2, prosperate poi grazie alle connivenze politiche di cui egli fu al centro, cominciò a delinearsi negli anni ’70 quando Sindona  conobbe l’onta del fallimento, causato dalle stesse vorticose operazioni speculative che lo avevano proiettato ai vertici della finanza internazionale. Travolto da una serie di bancarotte, a cominciare da quella della Banca Privata Italiana, finì definitivamente in carcere negli Usa nel 1979,  colpito da sessantanove capi d'accusa e fu condannato l’anno seguente a tre pene detentive di venticinque anni e a una di ventiquattro.  

In Italia, nel maggio 1980, venne costituita una commissione parlamentare d'inchiesta sul suo caso. Nel luglio 1981 dalla procura della repubblica di Milano partì la formale incriminazione per l'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, resosi "colpevole" agli occhi del finanziere siciliano di non aver ceduto ai tentativi di corruzione e alle pesanti intimidazioni.  

Il 17 marzo 1981, indagando su di lui, la guardia di finanza trovò gli elenchi della loggia massonica Propaganda Due, o loggia P2, in cui erano contenuti molti ed importanti nominativi dell'establishment italiano: tre ministri, due ex ministri, un segretario di partito governativo, trentotto deputati, undici questori, cinque prefetti, cinquantadue ufficiali dei carabinieri, trentasette della guardia di finanza, cinquanta dell'esercito, ventinove della marina, quattordici magistrati, dieci presidenti di banca, avvocati, giornalisti e imprenditori. Scoppiò uno scandalo che fece tremare i palazzi romani: oltre ai rapporti con mafia e servizi segreti e al coinvolgimento della loggia in alcune delle vicende politiche ed economiche più delicate degli ultimi anni, i magistrati scoprirono il "Piano di rinascita democratica", un vero e proprio progetto politico teso al cambiamento eversivo delle strutture democratiche del nostro paese.  
Nel gennaio 1982, Sindona fu incriminato da Giovanni Falcone per traffico di valuta in connessione con il commercio di stupefacenti organizzato dalla famiglie Gambino, Spatola, Inzerillo: questo procedimento inaugurò la stagione dei processi istruiti da magistrati che poi avrebbero fatto parte del pool antimafia dell'ufficio istruzione del tribunale di Palermo. L'incriminazione fu in seguito revocata per mancanza di riscontri relativi alla partecipazione al traffico di stupefacenti mentre fu confermata la comunanza di rapporti con la mafia.  
Nello stesso anno si chiuse anche la vicenda umana e professionale di Roberto Calvi, piduista, custode, al pari di Sindona, di ingombranti segreti. Finito in carcere per il fallimento del Banco Ambrosiano, depauperato di circa mille miliardi di lire dalle fughe di capitali all'estero, il banchiere fu condannato a quattro anni.  
In giugno Calvi tornò libero e prima dell'appello fuggì dall'Italia, con l'aiuto del faccendiere piduista Flavio Carboni. La sua disperata corsa terminò a Londra sotto il Blackfriars Bridge, dove fu trovato impiccato il 18 giugno. Anche per lui si parlò di suicidio, ma le troppe anomalie che emersero dalle indagini trovarono conferma nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia Francesco Marino Mannoia e Tommaso Buscetta,  che rivelarono come il banchiere venne ucciso per ordine della cupola mafiosa, che lo giudicò responsabile della perdita di alcune decine di miliardi a lui affidate.  
Il 25 settembre 1984 Sindona fu estradato dagli Stati Uniti in Italia per presenziare all'inizio del processo per il crack della Banca Privata Italiana, che si chiuse nel marzo del 1985 con una condanna a quindici anni di reclusione.  
Il 18 marzo del 1986 la Corte d'assise di Milano condannò Sindona all'ergastolo come mandante dell'omicidio Ambrosoli.  
La mattina del 20 marzo Sindona morì nel carcere di Voghera, avvelenato da un caffè al cianuro.

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Le stragi di Capaci e di via d’Amelio
Il 23 maggio 1992 a Capaci, sull'autostrada Punta Raisi-Palermo imbottita di esplosivo, Cosa Nostra regolò definitivamente i conti col magistrato che più aveva contribuito ad infliggerle gravi colpi: persero la vita Giovanni Falcone, la  moglie Francesca Morvillo e gli  agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Fu un'azione terroristica che tuttavia segnalava un grave momento di debolezza di Cosa Nostra: se ancora i capi erano latitanti, il cerchio protettivo che aveva garantito per decenni la loro impunità stava per spezzarsi. Il 17 febbraio 1992, con l'arresto di un oscuro burocrate milanese, il socialista Mario Chiesa, era cominciata "Tangentopoli"; alle elezioni politiche del 5 aprile i partiti governativi avevano avuto un clamoroso tracollo, e la Lega lombarda era diventata il primo partito del Nord, il presidente della repubblica Francesco Cossiga si era dimesso e l'elezione del nuovo presidente divideva i partiti, il quadro politico era in movimento, nessuno poteva più garantire vecchie alleanze e protezioni.  
Enorme fu l'impatto emotivo: fu proclamata una giornata di lutto e lo sciopero generale in Sicilia, ai funerali decine di migliaia di cittadini manifestarono la loro indignazione contro la mafia e i politici, accusati di corruzione e complicità. Il funzionario che nella sua vita recente aveva conosciuto grandi amarezze e ostilità, e ciò nonostante aveva continuato a svolgere il suo dovere, venne improvvisamente esaltato anche da chi l'aveva fino ad allora ostacolato o calunniato.  
Pochi mesi dopo il 19 luglio 1992 andò in onda la cronaca di un’altra morte annunciata:. il giudice Paolo Borsellino, dal dicembre 1991 tornato a Palermo come procuratore aggiunto, predestinato dall'opinione pubblica ma anche da incaute affermazioni di uomini di governo che lo indicavano come l'erede di Falcone, venne ucciso davanti all'abitazione della madre in via d'Amelio a Palermo da un'autobomba, con i cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cusina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Seguì la scena tragica dei funerali degli agenti di scorta (la famiglia Borsellino rifiutò i funerali di Stato), dai quali incredibilmente si tentò di tenere lontani proprio i palermitani, per paura del ripetersi di quelle contestazioni alle autorità che si erano manifestate ai funerali di Falcone. Sembrava che Cosa Nostra avesse vinto: è tutto finito, aveva commentato piangendo in un momento di scoramento (subito dopo superato) l'anziano giudice Antonino Caponnetto, padre putativo di Falcone e Borsellino. Ma, in un soprassalto di attivismo, seguì  l'operazione "Vespri siciliani" (lo sbarco in Sicilia dei soldati inviati a presidiare militarmente un territorio occupato dalla mafia), l'approvazione del programma di protezione dei collaboranti di giustizia, l'invio dei boss detenuti nelle carceri di massima sicurezza e la definizione di un regime carcerario particolare (art. 41 bis ordinamento penitenziario), la rimozione dei funzionari inetti (a dirigere la procura di Palermo fu mandato il magistrato torinese Giancarlo Caselli, mentre Gianni De Gennaro, già collaboratore di Falcone, andò a dirigere la Direzione Investigativa Antimafia), la cattura dei primi latitanti, a dimostrazione che, se esiste una volontà politica, è possibile ottenere successi  anche nell’attività investigativa.

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  Sommario
  
  Un fenomeno nuovo per un nuovo Stato
  Il "comportamento mafioso"
  L'industria della violenza
  I meccanismi del potere mafioso
  La mafia come organizzazione
  Mafia e società segrete
  Alle origini della rete mafiosa: il caso Giammona
  La svolta degli anni '50
  Un fenomeno complesso
  Non abbassare la guardia
       
      
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  Glossario
 
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