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Glossario

Regione a statuto speciale  
Furono cinque le regioni dichiarate dal 1948, in seguito all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (art.116), a statuto speciale: la Sicilia, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta. Furono distinte dagli altri enti regionali perché a loro venne riconosciuta una specificità culturale e di tradizione che le distingueva dal resto del territorio nazionale. La Costituzione italiana prevedeva sin dall’inizio la suddivisione del territorio in 20 regioni (21 dopo l’istituzione del Molise nel 1963), ma le regioni a statuto ordinario sono state attuate solo nel 1975, mentre fu data autonomia immediata solo alle cinque regioni a statuto speciale.

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Assemblea costituente  
L’ Assemblea costituente fu eletta con suffragio universale il 2 giugno 1946, contestualmente alla scelta referendaria tra monarchia e repubblica. Si votarono liste di candidati predisposte dai partiti, secondo un sistema elettorale proporzionale: l’assemblea era dunque un’assemblea di partiti come si addiceva a una nascente democrazia di massa.
I costituenti conclusero i loro lavori il 22 dicembre 1947, dopo 170 sedute di discussione: il testo definitivo della Costituzione repubblicana fu approvato con 453 voti favorevoli e 22 contrari.

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Notabili  
Erano coloro che, nell’Italia liberale di fine Ottocento e inizio Novecento detenevano il potere politico ed economico, contando sulla capacità di tessere reti clientelari che assicuravano loro il rinnovo del mandato parlamentare. Espressione in epoca post risorgimentale soprattutto della grande proprietà terriera, la tipologia dei politici professionali si era rinnovata nella Sicilia di inizio Novecento, legandosi anche ai settori dell’imprenditoria, delle infrastrutture e del terziario urbano, ed esercitando un ruolo di mediazione tra i diversi segmenti della borghesia rurale e urbana. 

Quando, dopo il fascismo, la Sicilia si riaffacciò alla vita democratica, il notabilato, egregiamente sopravvissuto alla dittatura, si riaffacciò sulla scena politica. Così, alla fine del 1943, il capitano americano W.E. Scotten, autore di importante relazione sulla presenza mafiosa in Sicilia, descriveva la ricomparsa dei notabili:  

I politici professionali dell'era prefascista sono pochi, anziani e cinici, ma hanno l'enorme vantaggio dell’ esperienza politica e a loro disposizione le intelaiature delle antiche organizzazioni (machines).Sono particolarmente attivi nella ricostruzione delle foro clientele (fences) e si mantengono indipendenti, tendono a formare partiti per conto proprio o ad allinearsi con i gruppi piú piccoli, come i liberali, il partito d'azione, o meglio ancora con i separatisti.  Sono prudenti, non si pronunciano e fanno una politica d'attesa per vedere da quale parte spira il vento.  Alcuni flirtano con ciò che resta della vecchia mafia politica.  Una piccola parte di essi è perfino impegnata nella Democrazia cristiana.

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Andrea Finocchiaro Aprile  
Nacque  a Palermo nel 1878 e, seguendo le orme del padre, noto politico e giurista, fu deputato dal 1913 al 1924. Nel 1919-20 ricoprì la carica di sottosegretario nel governo Nitti. Nel 1943 fu l’animatore del Movimento Indipendentista Siciliano. Arrestato e mandato al confino nel 1945, tornò in libertà l’anno successivo e venne eletto all’Assemblea Costituente. Morì  a Palermo nel 1964.

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Giovanni Guarino Amella  
Deputato demosociale di Canicattì (Agrigento)  nel 1919, nel 1921 e nel 1924, massone, partecipò alla secessione dell’Aventino e pertanto decadde dall’incarico parlamentare nel 1926. Nel 1943 fu nominato dagli alleati sindaco di Cannittì e fu tra i promotori del Comitato per l’indipendenza della Sicilia, abbandonando però subito il campo separatista per passare a posizioni autonomistiche. Fece parte della Consulta regionale e, insieme al socialista Mario Mineo, sostenne il principio di una ampia autonomia degli enti locali nell’ambito della regione. Si oppose alla struttura centralistica, conseguente alla logica “riparazionista”, sostenuta dal suo eterno rivale La Loggia.

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Comitato per l’indipendenza della Sicilia  
Il  Comitato per l’indipendenza della Sicilia fu fondato il 28 luglio 1943. Tra i promotori, accanto a politici di professione di provenienza abbastanza eterogenea, comparivano alcuni grandi rappresentanti dell’aristocrazia fondiaria.
In data 9 dicembre 1943, con un appello rivolto al governo militare, il Comitato chiese che  fosse “risparmiata alla Sicilia la sciagura di essere consegnata al cosiddetto governo Badoglio che (avrebbe prodotto, n.d.r.)  una spontanea reazione popolare e gravi lutti al nostro paese”. Seguivano le firme di un gruppo di ex parlamentari, tra i quali Finoccharo Aprile e Guarino Amella: una sorta di governo ombra, in rappresentanza di quasi tutte le province siciliane.

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Arrivo degli alleati  
Iniziato il 10 luglio 1943 con un dispiegamento enorme di uomini e mezzi, lo sbarco in Sicilia segnò un punto di svolta nella seconda guerra mondiale. Fu infatti la prima azione militare degli Alleati (lo schieramento che faceva capo a Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna) portata direttamente sul territorio della coalizione nemica. In Sicilia sbarcarono due intere armate ( la settima statunitense e l’ottava britannica) che avanzarono velocemente e senza trovare grandi opposizioni, tanto che il 17 agosto successivo l’intera Sicilia era stata conquistata quasi senza spargimento di sangue. Lo sbarco in Sicilia provocò la ritirata dell’Italia dalla coalizione filo-nazista: il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio (l’organo supremo di direzione del Partito fascista) votò a maggioranza la destituzione di Mussolini da capo del regime. Immediatamente dopo il re fece arrestare l’ex-duce, e formò un nuovo governo presieduto dal generale Badoglio, che firmò l’armistizio con gli alleati, reso pubblico l’8 settembre 1943.

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Massoneria
Per massoneria si intende un'organizzazione, o un insieme di organizzazioni segrete diffusasi nel Settecento europeo tra i membri delle classi superiori, che si consideravano gli elementi illuminati della loro società, legati da uno scopo di vaga contestazione dell'assolutismo e del potere della Chiesa cattolica, ispirati da principi laici e razionalisti. Un complicato simbolismo valeva a distinguere gli iniziati dai profani. All'inizio dell'Ottocento la massoneria fungeva da punto di riferimento per il fiorire di sette -associazioni clandestine e misteriose- che intendevano contrapporsi sul piano politico alle monarchie restaurate dopo la Rivoluzione francese. Si ritiene che la Carboneria, insieme di gruppi clandestini liberali e nazionalisti diffusi nel primo Ottocento in tutta Italia e ancor più nel Mezzogiorno, rappresentasse l'emanazione politica della massoneria. A partire dal 1848 prevalsero raggruppamenti più basati sul consenso e sulla propaganda palese, che possiamo assimilare ai  moderni partiti politici, e le associazioni di tipo carbonaro decaddero. Però la massoneria rimase in voga anche in regimi liberal-democratici. Ancor oggi ad essa si ispirano associazioni del tutto lecite, ma anche gruppi che per mantenere un carattere occulto e misterioso sono stati considerati nemici della democrazia, o almeno luoghi di trame affaristiche illecite: è il caso, nell'Italia degli anni scorsi, della cosiddetta loggia P2. Limitatamente a questo discorso, si può ben dire che la mafia sia una specie di massoneria della grande delinquenza.

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Plutocrazia  
La parola indica il predominio esercitato, nella vita pubblica delle società industriali, da grandi gruppi finanziari o da singoli ricchi e potenti individui, in grado, grazie all’ampia disponibilità di capitali a disposizione, di determinare gli indirizzi politici dei rispettivi governi.  
Il fascismo si dichiarò antiplutocratico, usando, nella propaganda politica, il termine in senso spregiativo contro le grandi potenze democratiche industrialmente avanzate, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d’America, la Francia.

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L’antisemitismo di Finocchiaro Aprile  
Dopo la definitiva affermazione del fascismo, Finocchiaro Aprile non perse occasione per richiamare l’attenzione di Mussolini, ricorrendo anche alla delazione e alla denuncia contro funzionari ebrei dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali.  Cosí scriveva al duce il 15 novembre I939:

Per il caso che il governo fascista, in attuazione delle provvide norme sulla difesa della razza, credesse di dovere dispensare dal servizio l'attuale direttore generale del Banco di Sicilia Giuseppe Dell'Oro, mi permetto di rinnovarvi la mia preghiera di assegnarmi il detto ufficio.  E’ noto al Ministero delle Finanze, ed io stesso ebbi ad informarvene, che nei primi del I920 ebbi dal ministero Luzzatti l'offerta di quell'ufficio, ch'io però credetti di declinare per ragioni d’ incompatibilità parlamentare. (…) Dal 1925, dopo l'uccisione di Matteotti per la quale si inscenò la vergognosa speculazione delle opposizioni contro il fascismo, non ho tralasciato occasione di dichiararvi, eccellenza, la mia illimitata devozione (…).
Nel febbraio 1944 Finocchiaro Aprile, ormai leader separatista, ritornò su questo argomento in occasione di un pubblico discorso a Palermo:
Non posso non ricordare che il ministro Iung prepose per molti anni al Banco di Sicilia un suo correligionario, naturalmente milanese, che non ebbe, come non poteva avere, alcuna sensibilità per i nostri problemi.

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Gabellotti  
Gabellotto era in Sicilia colui che pagava la gabella, cioè la tassa di affitto per una proprietà, di solito di grande estensione, dunque un “fondo”. Si trattava quindi quasi della stessa figura dell’affittuario, se non che il gabellotto, nella maggior parte dei casi, non coltiva il fondo in prima persona, ma lo appaltava ad altri, gravando il lavoratore finale di un costo di intermediazione.

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Genco Russo  
Nato nel 1893, fu tra i più importanti boss del dopoguerra e gabellotto tra i più potenti. Durante il fascismo il prefetto Mori lo inviò al confino, a motivo della sua pericolosità sociale. Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, fu eletto sindaco di Mussomeli, in provincia di Agrigento. Fu poi il successore di Calogero Vizzini alla guida di Cosa Nostra e guidò la delegazione dei siciliani al summit mafioso che si tenne nel 1957 all’Hotel des Palmes di Palermo. Dopo aver appoggiato il movimento indipendentista, entrò nella Democrazia cristiana. La sua carriera criminale fu caratterizzata da una serie impressionante di assoluzioni per insufficienza di prove. Morì 1972.

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Michele Navarra  
Primogenito di otto figli di una famiglia del ceto medio, Michele Navarra nacque a Corleone (Palermo) nel 1905: il padre Giuseppe, piccolo proprietario terriero e membro del “Circolo dei nobili” del paese, esercitava le professioni di geometra e maestro della locale scuola agraria. Terminate le scuole ordinarie, si iscrisse all’Università di Palermo, prima alla facoltà di ingegneria e poi a quella di medicina. Ottenuta nel 1929 la laurea in medicina e chirurgia, prestò servizio militare a Trieste come medico ausiliario. Tornato a Corleone seppe guadagnarsi come medico condotto  la benevolenza degli abitanti della zona. Prestigio professionale, furbizia e apparente bonomia furono le doti che lo innalzarono a capo indiscusso della locale famiglia mafiosa, con il soprannome di “u patri nostro”.  
Nel 1943 fu interlocutore credibile degli alleati e ne approfittò per costituire, con il fratello, una società di autolinee, funzionante grazie ai mezzi recuperati nell’isola dal Governo alleato; nel 1947 la società fu rilevata dalla Regione Sicilia e quindi assorbita nell’Azienda Siciliana Trasporti.  
In politica Navarra appoggiò inizialmente le istanze indipendentiste, poi fece confluire i voti controllati dalla mafia locale prima sul Partito liberale poi sulla Dc. Tra il 1946 e il 1948 divenne anche la massima autorità sanitaria della sua zona, medico fiduciario dell’Inam e primario dell’ospedale di Corleone, poltrona così ambita da spingerlo a commissionare l’uccisione del legittimo titolare. Negli stessi anni si impegnò per  controllare le pretese dei contadini e assicurare l’amministrazione dei feudi del corleonese ai suoi uomini. Arrestato nell’ambito dell’inchiesta su due efferati omicidi, quello del sindacalista Placido Rizzotto e di Giuseppe Letizia, il tredicenne che del primo delitto era stato testimone e che morì in seguito a un’iniezione praticatagli dallo stesso Navarra, il capomafia, grazie alle forti protezioni politiche, non fu mai condannato e poté rientrare  a Corleone nel 1949, dopo pochi mesi di confino. Raggiunse l’apice del successo favorendo l’elezione dell’avvocato Alberto Gensardi, genero di Vanni Sacco, potente capo mafia di Camporeale, alla guida del consorzio agrario per la bonifica dell’alto e e medio Belice. Con quella nomina la mafia ribadì la sua contrarietà alla realizzazione di una diga sul fiume Belice, che avrebbe significato la fine del suo controllo sull’erogazione dell’acqua nell’agro palermitano, trapanese e agrigentino.  
Il primato di Navarra durò fin quando non gli sbarrò la strada  Luciano Liggio. Navarra, che lo aveva avuto tra i suoi picciotti, ne intuì le terribili potenzialità e ne ordinò l’uccisione. Liggio però scampò all’attentato e si prese la rivincita: il 2 agosto 1958 Navarra fu trucidato da Liggio e i suoi mentre rientrava in auto a Corleone con un amico.

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Calogero Vizzini  
Nato nel 1877, fin da giovane si mise in mostra come uno dei più potenti gabellotti del palermitano. Venne inviato al confino dalla polizia fascista nel 1925. Fu tra i mafiosi che aiutarono le truppe alleate al momento dello sbarco in Sicilia. Come ricompensa per i servigi resi, oltre la nomina a colonnello onorario, diventò primo cittadino di Villalba. Dopo essersi battuto in un primo momento per le tesi del movimento separatista e aver appoggiato le scorribande del bandito Giuliano, contribuì successivamente alla sua cattura e uccisione. Aderì in seguito alla Democrazia cristiana. Indiziato di 51 omicidi, morì nel 1954. Al suo funerale parteciparono diecimila persone.

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Silvio Milazzo
Silvio Milazzo conquistò grande notorietà presso l’opinione pubblica nazionale tra il 1958 e il 1960, quando fu protagonista di uno dei più intensi e partecipati drammi politici italiani: la secessione interna alla Dc che portò al governo della Regione Sicilia i comunisti e le destre, compresa  quella del Msi, insieme  a un gruppo di transfughi democristiani. A rendere più lacerante la frattura contribuì la personalità di Milazzo, caltagironese come Sturzo, e suo figlioccio, dirigente di quella Cassa rurale e artigiana San Giacomo (1896), che era all’origine del movimento cattolico calatino. 
Ma Milazzo rappresentava qualcosa di più che la tradizione politica cattolica al suo più alto e nobile livello: era figlio di Mario, un prestigioso esponente della politica liberal democratica locale, sostenitore della quotizzazione del bosco demaniale di Santo Pietro, un’idea che poi sarebbe stata ripresa da Sturzo. Dunque Milazzo assommava anime politiche diverse che gli consentirono di muoversi con disinvoltura in contesti diversi. Fu l’amministratore della Cassa San Giacomo durante il fascismo, geloso custode dell’ eredità politica e morale di Sturzo anche davanti agli attacchi dei locali gerarchi; fu separatista nel dopoguerra insieme a molti proprietari. Nella Dc rientrò nel 1944, su invito dell’altro suo compaesano, grande esponente del popolarismo cattolico, Mario Scelba. Legato alla configurazione centrista e scelbiana della Dc, fu più volte assessore dei governi regionali; in particolare da assessore all’agricoltura promosse la riforma agraria siciliana (1950). Infine, nel 1958, venne eletto alla presidenza del governo regionale con un colpo di mano e in polemica con il candidato fanfaniano che la Dc esprimeva ufficialmente. La “secessione” di Milazzo ebbe dunque origine dallo scontro interno alla Dc tra centristi (Scelba) e fanfaniani, ma poi assunse caratteristiche più profonde.

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Protezionismo industriale  
La politica economica protezionista dei governi italiani ebbe origine a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento. Attraverso l’imposizione di forti dazi doganali su alcune merci di importazione si mirava a favorire la competitività della nascente industria nazionale ed eliminare al tempo stesso la concorrenza del meno costoso grano estero. Il risvolto negativo fu, nel settore industriale, una crescita protetta e perciò in qualche modo distorta e, nel campo agricolo, la permanenza del latifondo e di arretrati sistemi di gestione. Inoltre gli stati stranieri, per ritorsione, imposero anch’essi misure doganali sui beni provenienti dall’Italia, che persero così tradizionali sbocchi di mercato; le conseguenze furono particolarmente gravi per alcuni prodotti pregiati dell’agricoltura siciliana (vino, olio, agrumi), destinati per gran parte all’esportazione.

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Ammassi obbligatori  
Gli ammassi obbligatori di alcuni fondamentali generi alimentari, in particolare il grano, furono istituiti durante la II guerra mondiale. Consegnato all’ammasso, il grano (e i suoi derivati come farina, pane e pasta) veniva venduto razionato e a prezzi controllati (prezzi politici). La mancata consegna del grano da parte dei produttori e la vendita al mercato nero furono però fenomeni assai praticati e la loro diffusione fu uno dei segnali di perdita di consenso del regime fascista.
Dopo l’arrivo degli Alleati gli ammassi obbligatori continuarono a essere imposti in Sicilia, come anche nell’Italia ancora occupata dai tedeschi, con grande delusione della popolazione che si aspettava abbondanti aiuti alimentari da parte degli americani. L’evasione degli ammassi e il mercato nero diventarono grossi affari nelle mani della mafia, mentre i partiti popolari tentarono di far funzionare questa istituzione ponendola sotto il controllo democratico.

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Latifondo  
Proprietà terriera di grandi dimensioni, destinata a una coltivazione estensiva. Il latifondo era caratterizzato da vaste aree incolte (in genere utilizzate per la pastorizia) e da aree di coltura estensiva, ossia coltivate con scarsi investimenti di capitale di lavoro. Tipica del latifondo era quindi la coltura a cereali che non richiede né impianti di irrigazione – o altre strutture costose - né manodopera specializzata. Caratteristici erano gli insediamenti dei lavoratori agricoli intorno al latifondo, organizzati in pochi grandi nuclei, situati lontano dai luoghi di lavoro.

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Fasci Siciliani  
Con il termine “fasci” si indicarono le organizzazioni proletarie sorte negli anni 1892 – 1893 in alcune località della Sicilia, dove la crisi economica aveva determinato un fortissima tensione sociale. Queste organizzazioni si diffusero rapidamente fino a determinare un grande movimento di massa. Ne facevano parte contadini, braccianti, mezzadri e, a seconda delle località, minatori, artigiani, piccoli commercianti e piccoli proprietari: un vasto movimento a cui parteciparono anche molte donne e bambini.  
Guidati da uomini di orientamento socialista, come Nicola Barbato, Rosario Garibaldi Bosco e Giuseppe De Felice, i Fasci furono soprattutto un movimento spontaneo di protesta, che affiancava la battaglia contro l’eccessivo fiscalismo e la rivolta contro la tirannia dei “galantuomini” nelle amministrazioni locali, alla richiesta di revisione dei patti agrari e alla rivendicazione di terre da coltivare.  
Affermatisi anche grazie all’atteggiamento liberale di Giolitti, che si limitò a garantire l’ordine senza impedire l’organizzazione delle opposizioni, i Fasci Siciliani furono duramente repressi (un centinaio furono le vittime) da Crispi. Questi, tornato al governo nel dicembre 1893, presentò il movimento come una vasta cospirazione tesa a sovvertire lo Stato e nel 1894 fece eseguire circa 2000 arresti e condannare a dure pene detentive i dirigenti.

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Antonio Canepa  
Intellettuale proveniente da un’ importante famiglia politica, Antonio Canepa manifestò da giovane la sua opposizione alla dittatura cercando di dar vita a una manifestazione antifascista a San Marino. Finì in manicomio e da lì passò direttamente alla cattedra universitaria come docente di dottrina del fascismo e storia delle dottrine politiche dell’Università di Catania. Fu autore, tra l’altro, di uno studio sulla struttura del Partito Nazional Fascista. Quali siano stati gli ingredienti di questo abile nicodemismo è difficile da stabilire. Si dice comunque che già dal 1942 avesse cominciato a compiere operazioni di sabotaggio antitedesche presso l’aeroporto militare di Gerbini di Catania, come agente del britannico Intelligence Service. Alla stessa epoca risalirebbe La Sicilia ai siciliani, la sua più nota opera politica.  Dopo l’occupazione alleata della Sicilia si sarebbe spostato al nord per organizzare la Resistenza. Ricomparve in Sicilia alla fine del 1944, quando cominciò a organizzare l’Evis, l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, posto sotto il controllo degli ultra reazionari duchi di Carcaci. Ma pensava che in futuro, “liberata” l’isola dall’Italia, il comando dell’Evis gli avrebbe consentito di dare una svolta democratica al separatismo. Furono i suoi allievi e compagni sopravvissuti allo scontro nel quale Canepa trovò la morte (a Randazzo, il 17 giugno 1945), a dare questa lettura delle sue azioni.

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Indirect rule  
Modello di governo indiretto
, sperimentato dagli inglesi negli anni tra le due guerre nelle zone tropicali dell'Impero britannico. Consisteva nell'affidare ai capi nativi le responsabilità amministrative su scala locale evitando di immettere elementi di modernità, estranei alla società tribale.

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Il conte Ruggero e la “parentela normanna”  
Ruggero I, nato in Normandia nel 1031, ultimogenito di Tancredi d’Altavilla, affiancò il fratello Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia mussulmana (1061 – 1091) e ne divenne conte. Morto il fratello nel 1085, accrebbe e rese pienamente autonomo il proprio potere nell’isola, fino alla morte avvenuta nel 1101.

Rivendicando discendenti che avevano combattuto al suo fianco, l’aristocrazia siciliana si richiamava a un mito di fondazione che forniva un precedente “storico”,
tendente a giustificare la collaborazione della nobiltà dell’isola alla causa alleata

Non mancarono occasioni per cercare di diffondere pubblicamente questo mito della “parentela normanna”. Significativo l’episodio, di pochi giorni successivo all’occupazione di Catania del 6 agosto, della riconferma nella carica di podestà del marchese Antonino di San Giuliano, nipote dell'omonimo ministro degli Esteri.  Secondo la colorita cronaca degli avvenimenti lasciataci dal duca di Carcaci, il nobile amministratore venne riconosciuto e salutato dagli ufficiali britannici, suoi pari, “ex antiquissima stirpe nortmannica oriundus”.  
Con la “parentela normanna” si intendeva sottolineare l'estraneità dell'aristocrazia siciliana alla comunità nazionale italiana, fornendole anche le ragioni storiche per la propria adesione al separatismo. “Non credo che fossimo spinti da un cieco amor di patria”, scriveva Carcaci:  

Forse [... ] ci spingeva un sentimento ancestrale del dovere, il ricordo di quel tacito patto stabilito tra i nostri avi normanni e i siciliani che venivano a liberare dal giogo dell’Islam. Un patto di reciproco cristiano servizio: i primi servivano col senno, con le giuste leggi, con la spada, i secondi con l'obbedienza e col lavoro. Un patto rimasto valido attraverso nove secoli di aspre vicende.  Forse lo consideravamo ancora valido.

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La mafia, (lezione di Salvatore Lupo)

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Alto Commissariato per la Sicilia  
La tradizione politica siciliana stabilisce l’antecedente di questo organismo nel Commissariato civile voluto dal governo presieduto dal marchese di Rudinì nel 1896. Si trattava in ambedue i casi di organismi di collegamento tra gli enti locali e lo Stato, atti a fronteggiare una crisi. La somiglianza finisce qui: il Commissariato civile del 1896 non ebbe alcuna velleità autonomistica, mentre l’Alto Commissariato, nato per ristabilire i collegamenti, assunse questa valenza nuova nel corso di una crisi di credibilità dello Stato e di forte trasformazione della sua classe dirigente culminata nella elezione della Costituente e nella vittoria dell’ opzione repubblicana.  
Primo alto commissario fu Francesco Musotto, un uomo della democrazia prefascista, con forti tendenze separatiste. Gli successe Salvatore Aldisio, che impresse all’Alto Commissariato la sua valenza autonomistica, affiancandogli una Consulta regionale (a somiglianza di quella nazionale) con il compito di preparare lo Statuto del nuovo ente Regione. Ad Aldisio successe il repubblicano Giovanni Selvaggi, che gestì con spirito democratico l’ultima fase di transizione verso il funzionamento del nuovo ente.

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Pietro Badoglio e il centralismo  
Il generale Pietro Badoglio diventò capo del governo il 25 luglio 1943, dopo la caduta di Mussolini. Fu interprete della continuità monarchica e guidò un governo di tecnici fino all’ aprile 1944, quando riuscì a coinvolgere in una nuova formazione di governo, grazie  anche all’appoggio del leader comunista Palmiro Togliatti, i partiti del Cln.

Fedele a una concezione centralista dello Stato, così Badoglio, in una lettera del 20 dicembre 1943 al generale Joyce, presidente della Commissione alleata di controllo, si esprimeva sull’istituzione in Sicilia dell’Alto Commissariato:  
Sento il dovere di farle presente che l'istituzione,del Commissario regionale non corrisponde all'ordinamento politico amministrativo italiano […]. Al Commissario civile regionale si fece recentemente (marzo 1943) ed eccezionalmente ricorso per la Sardegna e la Sicilia, solo in relazione ad esigenze di carattere militare […]. Né si può dal governo italiano ravvisare l'opportunità di creare organismi regionali intermedi tra quelli centrali e quelli periferici, essendo evidente, invece, che da ciò può derivare pregiudizio all’ unità amministrativa e politica della nazione […].

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Enrico La Loggia
Avvocato di Agrigento, percorse una lunghissima carriera politica, cominciata con i Fasci siciliani e conclusasi negli anni Cinquanta. Impegnata in politica è anche la sua discendenza familiare: il figlio Giuseppe approdato dal mondo laico alla Dc, e il nipote Enrico, passato dalla Dc a Forza Italia e attualmente uno dei suoi esponenti più in vista.
Il vecchio Enrico fu uno dei più importanti dirigenti di cooperative in età giolittiana, inventore di una originale linea tecnocratica sostenuta dal Banco di Sicilia. Nel primo dopoguerra, sempre da posizioni socialriformiste, fu deputato e sottosegretario nei governi Facta. Nel 1943 fu il più importante oppositore del separatismo, elaborando una visione dell’autonomismo non conflittuale con le strutture del vecchio stato monarchico.
Ricostruire, un suo libello pubblicato alla fine del ’43, è considerato  il manifesto dell'autonomismo del dopoguerra. In esso La Loggia rifiutava soluzioni di decentramento politico-amministrativo, più convenienti “alle regioni ricche, le quali non hanno rivendicazioni da far valere, anziché alle regioni povere che verso lo Stato vantano un credito che vorremmo chiamare storico unitario”. L’ accento posto sul problema amministrativo gli appariva fuorviante:  
Non può non intuirsi il regionale bisogno, più che di una irrilevante riforma amministrativa (uffici più dislocati, enti meno controllati, un commissario regionale, etc.) di un indispensabile e vigoroso impulso ad un industrialismo isolano, e si rafforza l'idea programmatica di un decentramento industriale meglio che di un qualsiasi decentramento burocratico o autarchico.  
La distanza concettuale dalle rivendicazioni separatiste era notevole: a una logica liberista, basata sul presupposto che il naturale sviluppo delle risorse esistenti, non condizionato da un'eccessiva tassazione e da una cattiva amministrazione, avrebbe garantito la fuoruscita dall'arretratezza, La Loggia contrapponeva le più moderne tematiche nittiane dell'intervento statale in economia.  L'indipendenza o un'accentuata autonomia avrebbero avuto il significato di un'autogestione delle scarse risorse isolane perpetuando uno stato di inferiorità economica dal quale l'isola da sola non si sarebbe potuta liberare. L'attivo della bilancia commerciale, sul quale i separatisti fondavano le loro argomentazioni in favore dell'indipendenza, era infatti da considerarsi segno di povertà, di bassi consumi e di mancanza di investimenti nei settori produttivi più moderni, e non di ricchezza; segno esso stesso di debolezza politica, oltre che economica, di un’ eventuale repubblica siciliana indipendente, per la forte esposizione dei beni d'esportazione (zolfo, agrumi, vino) alle ricorrenti crisi del mercato internazionale.  
Più consono agli interessi della Sicilia sarebbe stato invece, secondo La Loggia, un decentramento industriale, e cioè una politica di allocazione di risorse finanziarie e tecniche nell'isola, ma soprattutto un vasto programma di opere pubbliche da eseguirsi a cura dello Stato a titolo di riparazione per i torti subiti dalla Sicilia nel periodo unitario.  
Il “laloggismo” ha avuto un ruolo non trascurabile anche nell’ identificazione di una certa immagine della Sicilia, accentuando i caratteri di arretratezza dell’isola, descritta come la più povera delle regioni meridionali, al fine di costituire un più forte potere contrattuale nei confronti dello Stato.  Ai miti liberisti di una Sicilia ubertosa e ricca e desiderosa di far da sé, agitati dai separatisti, si sostituiva quello di derivazione nazional-laburista della “regione proletaria”, in grado solo di offrire forza-lavoro a buon mercato per attuare la rottura epocale dell'industrializzazione.  

Ben presto La Loggia si sarebbe convertito al decentramento politico amministrativo, soluzione ritenuta necessaria alla mobilitazione di consensi per realizzare il decentramento industriale e rafforzare il potere contrattuale della classe politica regionale nei confronti dello Stato. E’ significativo che tale conversione non si sia spinta però fino ad auspicare un generale ordinamento regionale dello Stato, poichè le autonomie avrebbero dovuto rimanere, nella sua visione, strumenti di perequazione a disposizione delle regioni meno sviluppate.  

Dopo la nascita della Regione a statuto speciale La Loggia rimase in una posizione importante, di padre nobile, non riuscendo però a creare attorno a sé un movimento politico, né a ottenere un mandato parlamentare.

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Il riparazionismo   
Era la teoria, sostenuta in primo luogo da La Loggia, secondo la quale la Sicilia, come regione povera, avrebbe vantato un credito nei confronti dello stato italiano. Nella sostanza essa venne recepita nell'art. 38 dello Statuto regionale, che prevedeva la costituzione di un “Fondo di solidarietà nazionale” mediante il quale lo Stato sarebbe dovuto venire incontro alle esigenze di una regione già danneggiata da ottant'anni di vicenda unitaria.  Ci si potrebbe chiedere per quale ragione la Sicilia avesse diritto a una tale riparazione, a preferenza per esempio della Calabria o della Basilicata.  In realtà, più che alla pretesa inferiorità assoluta accreditata dallo stesso La Loggia, le facilitazioni sancite dall'art. 38 erano funzionali agli interessi di una classe politica siciliana tutta tesa a confermare il proprio ruolo di mediazione e di controllo delle risorse che dal centro fluivano verso la periferia.

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Combattentismo  
Come in tutta Europa, alla fine della prima guerra mondiale, anche in Sicilia  si svilupparono movimenti di ex combattenti, fondati sul prolungamento del legame gerarchico che aveva unito nelle trincee ufficiali e soldati. Nell’isola il combattentismo sembrò far emergere una nuova élite, legata alla promessa di distribuzione delle terre. Nel 1919, qui come in altre regioni meridionali, il movimento dei combattenti svolse  infatti, in collegamento con movimenti e partiti democratici, un ruolo di primo piano nella mobilitazione delle masse per l’occupazione delle terre e di pressione politica  per la riforma fondiaria.

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Salvatore Aldisio  
Avvocato e possidente di Gela, deputato del Partito popolare nel 1921, fu uno dei maggiori organizzatori del movimento sturziano in Sicilia. Nel secondo dopoguerra fu lo stesso Sturzo a indicarlo come il personaggio a cui fare riferimento. Tuttavia si conquistò a fatica la posizione dominante in un movimento politico cattolico che in provincia di Caltanissetta, come altrove in Sicilia, aveva malamente fatto i conti con la politica popolare e ne diffidava. Ministro dell’Interno nel secondo gabinetto Badoglio, riorganizzò le prefetture e le amministrazioni locali secondo un criterio originale che prevedeva il ritorno del prefetto di carriera al posto dei notabili nominati dagli Alleati, ma contemporaneamente recepiva le istanze nuove della Resistenza e offriva alle amministrazioni comunali e provinciali il modello di collaborazione partitica del Cln.  
Da ministro passò a ricoprire la carica di Alto Commissario per la Sicilia, con il difficile compito di fronteggiare il separatismo mentre imperversavano i moti del “Non si parte!” e le rivolte contro la consegna del grano agli ammassi. Fu abile nel dosare la repressione con la capacità di conquista dei ceti possidenti, impauriti dal clima di radicale riforma che spirava nel dopoguerra: gli emendamenti ai decreti Gullo furono l’operazione più importante compiuta in questo senso. Nel dopoguerra fu ministro della Marina mercantile.

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Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia  
L’
Evis, l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, fu fondato nell’aprile 1945 dall’esponente dell’ala democratica dell’indipendentismo Antonio Canepa Era composto da una cinquantina di giovani, in gran parte studenti. Due sono le ipotesi rispetto al ruolo di questa organizzazione militare: da un lato la creazione di una situazione di tensione e difficoltà per il governo italiano, dall’altro una soluzione per dirottare giovani repubblicani in vista di una svolta monarchica.  

Il 17 giugno 1945 l’intera formazione fu distrutta dai carabinieri a Randazzo, in uno scontro a fuoco in cui trovò la morte lo stesso Canepa. L’ Evis risorse alcuni mesi più tardi sotto la direzione di Concetto Gallo, ma soprattutto per volontà dei separatisti catanesi, guidati dalla destra agraria dei Carcaci, decisi a non rinunciare a questo strumento di pressione. Nell’Evis, su decisione dei rappresentanti della destra separatista palermitana, fu coinvolto anche Salvatore Giuliano, che già disponeva già di una banda agguerrita, in grado di metter in atto azioni terroristiche rivolte inizialmente contro i carabinieri e l’esercito, poi contro i partiti di sinistra, le Camere del lavoro, gli inermi contadini.

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Movimento contadino  
Alla fine della guerra ripresero con grande forza, soprattutto nel sud, le agitazioni contadine, con un movimento analogo a quello che si era manifestato dopo la prima guerra mondiale. Come in precedenza, il sistema di lotta più usato fu l’occupazione di terre incolte e la loro coltivazione, con la successiva rivendicazione dei frutti del lavoro e della terra stessa.  
Lo stato italiano rispose al movimento con interventi repressivi anche molto duri, che provocarono morti e feriti: Contemporaneamente anche la Dc, saldamente insediatasi dal 1948 alla guida del governo, si rese conto che la questione agraria doveva necessariamente essere affrontata cominciando a intervenire sull’arretratezza spaventosa dei rapporti agrari in certe zone del paese. Nel 1950 fu quindi varata una parziale riforma agraria, con la “legge Sila” e la “legge stralcio”.

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Una donna di Ragusa  
A Ragusa la rivolta del movimento detto “non si parte!” scoppiò il 5 gennaio 1945. Prese il nome dalla protesta delle donne della città contro la chiamata degli uomini a combattere nell’esercito del “regno del Sud”. L’ agitazione si estese poi a tutta la provincia, in parte guidata da esponenti di vecchi gruppi anarchici, in parte collegata con le istanze del separatismo, ovunque stroncata dalla repressione dell’esercito.  
Il protagonismo delle donne, mobilitate a causa della durezza delle condizioni di guerra, costrette a uscire dai loro tradizionali ruoli per sopperire alla mancanza di uomini mandati al fronte, è ben espresso dalla figura di Maria Occhipinti, una giovane popolana che diventò protagonista del movimento e poi avrebbe narrato le sue vicissitudini nel libro Una donna di Ragusa (Milano, 1976).

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Decreti Gullo  
Il
19 ottobre 1944 il governo di unità nazionale presieduto da Ivanoe Bonomi, su proposta del ministro comunista Fausto Gullo, emanò nuove norme per la definizione delle quote di riparto dei contratti di mezzadria  e la concessione  a gruppi di contadini associati in coperativa di terre incolte o mal coltivate o sequestrate ai fascisti. Su questo secondo punto il decreto riprendeva i temi del celebre decreto Visocchi del primo dopoguerra. Maggiori novità erano introdotte sul riparto del prodotto mezzadrile, dove si faceva tesoro della sia pur limitata regolamentazione sindacale del periodo fascista.  Il decreto che disciplinava i contratti di colonìa parziaria stabiliva un riparto che oscillava tra 1/5 (per il concedente) e 4/5 (per il colono), e la metà, a seconda del grado effettivo di partecipazione del proprietario alla vita dell'azienda.  Si trattava di un notevole progresso per i rapporti contrattuali in uso in Sicilia, che pure non mancò di suscitare polemiche all'interno stesso del movimento democratico e resistenze da parte dei proprietari. 
Da sinistra se ne criticava la limitata portata rispetto agli obiettivi di rottura del sistema latifondistico, ma se ne sottolineava anche l'utilità per unificare il disgregato universo contadino: i decreti erano visti come una sorta di grimaldello per forzare le solidarietà interclassiste e per costruire una forza politica e sindacale nelle campagne siciliane.  La necessità della loro difesa, anche a costo di compromessi, fece accettare in un primo momento al Pci gli emendamenti apportati dall'alto commissario Aldisio (23 giugno 1945).
Gli emendamenti approvati per la Sicilia consistevano in realtà di un ridimensionamento delle quote spettanti ai contadini. Nelle terre granarie, la cui resa era inferiore ai sette quintali per ettaro il riparto era piú favorevole ai coloni (60 per cento) che ai concedenti (40 per cento), mentre per rese superiori diveniva progressivamente più favorevole ai proprietari.  Veniva introdotta una valutazione estranea ai decreti, che teneva conto delle rese bassissime degli anni di guerra, al di sotto dei 7 quintali per ettaro, mentre in realtà le rese normali (anni 1932-36) erano di 10,6 quintali per ettaro e perfino negli anni 1911 -1916 avevano toccato gli 8 quintali.  Si accoglieva in sostanza una classica rivendicazione degli agrari che giocavano sulla differenza di rendimento tra le terre granarie dell'isola.
Visto in prospettiva, l'emendamento Aldisio fece chiarezza circa la scelta di campo che la Dc intendeva operare, qualificandosi come partito moderato e offrendo ai proprietari la rappresentanza politica che fino a quel momento questi avevano cercato nel movimento indipendentista. Eloquente prova di questa difficile ricerca di una rappresentanza degli interessi proprietari fu la reazione dei latifondisti ai decreti Gullo fin dal 1945, quando diventarono realmente operanti in Sicilia. Più che in una contrapposizione frontale, essa si manifestò in una conflittualità diffusa, gestita dalla delinquenza mafiosa, dal terrorismo delle bande e, di converso, dalla puntigliosa rivendicazione, situazione per situazione, della validità dei sistemi di coltura dei singoli latifondi.  

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Vento del nord  
Con il termine “vento del nord” ci si riferiva alle profonde istanze di  cambiamento e agli ideali che avevano caratterizzato nelle regioni dell’Italia settentrionale la guerra di liberazione dal nazifascismo, in contrapposizione all’estraneità a quell’esperienza dell’Italia meridionale e all’inerzia conservatrice delle sue classi dirigenti.  
Il rifiuto di quelle spinte innovatrici e rivoluzionarie accomunò in Sicilia lo schieramento conservatore, come testimoniano queste parole di Mario Scelba:

Il Vento del Nord batte sulla Sicilia da ottant'anni e i risultati sono dati dalla guerra distruttrice in corso. Diffidente di ogni innovazione, estranea allo spirito indipendente del suo popolo, la Sicilia non si era lasciata suggestionare dai miti socialisti dell'ultimo dopoguerra, fu l'ultima a cedere al fascismo.  Che cosa riserba per l'avvenire il Vento del Nord alla Sicilia?  
Tra i politici nazionali Scelba fu quello che scese in campo con maggior risolutezza per ricondurre nell’alveo della Dc le frange moderate e piccolo borghesi del separatismo. Il tentativo di svuotare il separatismo fu perseguito, come dimostra la citazione, acquisendone lo stesso linguaggio.

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Bernardo Mattarella  
E’ uno dei più discussi personaggi politici siciliani, ma nel contempo tra i meno studiati. Nel mito viene indicato come uno dei grandi burattinai nella vicenda banditesca e mafiosa di Giuliano, insieme all’altro grande esponente del centrismo, Mario Scelba. Ma di questo sappiamo poco; in realtà Mattarella fu uno dei costruttori della Dc nel trapanese e in molta parte della Sicilia Occidentale nel secondo dopoguerra, legato anch’egli alla base popolare che nel prefascismo aveva espresso casse rurali e cooperative. La sua posizione fu subito di spicco e subito collegata a incarichi nel governo nazionale di cui fu molte volte ministro.  

A richiamare alla memoria la sua figura tuttavia non è l’attività politica così intensamente svolta, ma il destino di uno dei suoi figli, Piersanti, presidente della Regione Sicilia, assassinato nel 1980. Si sono spesso messe in contrasto le due figure, quella del padre, sensibile alle seduzioni del potere mafioso, e quella del figlio, integerrimo fino al sacrificio estremo. Oltre che per amore della verità, forse è per pietà filiale e fraterna che l’altro figlio, Sergio, anch’egli importante esponente della politica italiana, ha tentato di smussare questo contrasto difendendo la memoria del padre in più occasioni e sottolineando il di lui impegno nell’arginare l’influenza mafiosa nella Dc. Tutto ciò non ha ancora portato a un vero approfondimento da parte degli storici.

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Leggi di riforma agraria  
Nel 1950 il governo De Gasperi decise di varare una parziale riforma agraria, che venisse almeno in parte incontro alle richieste di un movimento contadino molto forte soprattutto nel Mezzogiorno. Furono emanate, prima per la Calabria (la“legge Sila” del 12 maggio), quindi per tutto il paese (la “legge stralcio” del 21 ottobre) provvedimenti che avrebbero comportato complessivamente l’esproprio, dietro indennizzo, circa 700.000 ettari, da assegnarsi ai contadini senza o con poca terra. Contemporaneamente, per il timore di esservi costretti in seguito, molti latifondisti cominciarono a vendere le loro terre.  

La Sicilia emanò una sua propria legge (detta “legge Milazzo” dal nome del proponente), con la quale si decise l’esproprio delle proprietà eccedenti i duecento ettari e la distribuzione in quote ai contadini. Nella sostanza la legge regionale rispose agli stessi criteri della legge nazionale: colpire soltanto le proprietà improduttive e mal coltivate e consentire di utilizzare gli indennizzi ricevuti con l’esproprio per investimenti in opere di ammodernamento delle aziende. In base all’applicazione della “legge Milazzo”, al 31 dicembre del 1962 in Sicilia erano stati espropriati e assegnati circa 93.000 ha; inoltre erano state costruite strade di bonifica per 191 km, acquedotti per 63 km, elettrodotti per 55 km, 19 borgate rurali e 9 edifici per servizi civili.
 

Principali difetti della riforma furono una gestione clientelare nell’ assegnazione dei lotti di terreno e, più ancora, le dimensioni troppo piccole di questi ultimi, tali da rendere impossibile una vera autonomia economica ai nuovi proprietari.

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Emigrazione  
Tra il 1951 e il 1961 emigrarono dalle regioni dell’Italia meridionale due milioni di persone e altrettanti se ne aggiunsero nel decennio successivo: tra il 1950 e il 1970 il Mezzogiorno perse per saldo migratorio quattro milioni di persone. Una parte sempre più consistente di questa emigrazione si diresse verso le aree più industrializzate del nostro paese. Torino e Milano videro, tra il 1950 e il 1970, aumentare la loro popolazione rispettivamente del 42,6% e del 24%.  
La Sicilia contribuì nello stesso periodo all’emigrazione con circa un milione di persone su una popolazione che complessivamente ammontava a 4.680.715 abitanti nel 1961 e a  4.906.878 abitanti nel 1971.

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Governo Milazzo  
Il 23 ottobre 1958 Silvio Milazzo, esponente della corrente democristiana di Mario Scelba, fu eletto, con soli cinque voti di maggioranza sul candidato ufficiale della Dc, presidente della giunta regionale della Sicilia. A sostenerlo un’inedita coalizione, composta da dissidenti Dc, Pci, Psi, Psdi e monarchici popolari. Espulso dal suo partito, Milazzo formò una giunta composta da dissidenti democristiani, monarchici, missini e indipendenti di sinistra, con l’appoggio esterno delle sinistre. La nascita di quel governo regionale così anomalo costituiva un esplicito tentativo di mettere in difficoltà Amintore Fanfani, all’epoca segretario nazionale della Dc e presidente del Consiglio.  
Nelle elezioni regionali del 1959 Milazzo si presentò con una sua lista, l’Unione siciliana cristiano sociale, che riportò il 10,6% dei voti. L’esperienza di governo si chiuse definitivamente il 16 gennaio 1960: la giunta Milazzo fu sostituita da una maggioranza composta da Dc, Pli, Msi e monarchici.

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Salvatore Giuliano  
Originario di Montelepre (Palermo), figlio di immigrati rientrati dagli Usa, bracciante e dedito al piccolo commercio clandestino del grano negli anni della guerra, Salvatore Giuliano si diede alla macchia nel settembre 1943, dopo aver ucciso, in un conflitto a fuoco, un carabiniere. Divenne capo di una banda che operò nelle province di Palermo, Trapani, Caltanissetta, sfuggendo anche a grandiose cacce all’uomo, come quando, il 24 dicembre 1943, ottocento carabinieri circondarono invano Montelepre nel tentativo di catturarlo.  
In rapporti con la mafia, si collegò nel 1944 agli elementi della destra del movimento separatista palermitano e tra la fine del 1945 e i primi mesi dell’anno successivo fu comandante dell’Evis per la Sicilia occidentale e protagonista di azioni terrostiche contro i carabinieri e l’esercito. Nel dopoguerra fu autore di sequestri di persona di ricchi proprietari e commercianti, ma soprattutto diresse le sue azioni contro i partiti di sinistra, le Camere del lavoro, gli inermi contadini impegnati nella lotta per la terra. Fra le sue imprese la strage di braccianti a Portella delle Ginestre, il 1 maggio 1947, che provocò 11 morti e una trentina di feriti.  
Dopo aver a lungo tenuto in scacco le forze dell’ordine, venne ucciso nel 1950 a Castelvetrano, in seguito al  tradimento del cugino Gaspare Pisciotta.

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Statuto della Regione Sicilia  
Il principio dell’autonomia regionale siciliana entrò nella fase di preparazione giuridica nel settembre 1945. Il progetto venne affidato a una Commissione paritaria nominata dall’Alto Commissariato per la Sicilia e composta da rappresentanti di tutti i partiti. La bozza di statuto elaborata dalla Commissione fu sostanzialmente accolta dalla Consulta regionale siciliana: venne ribadita la competenza esclusiva alla regione di alcuni tributi riscossi nell’isola; la durata della legislazione fu definita in quattro anni. Si prevedeva inoltre con l’art. 38 la costituzione di un fondo di solidarietà nazionale in cui lo stato avrebbe versato finanziamenti da utilizzare per lavori pubblici.  
L’aspetto rivoluzionario del progetto approvato dalla Consulta era quello di concepire la Sicilia quale entità politica primaria, dotata di competenze proprie pur rimanendo all’interno dei confini dello Stato unitario. Lo Statuto, promulgato con il decreto legislativo luogotenenziale del 15 maggio 1946, fu poi esteso anche alla Sardegna.

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Elezioni dell’Assemblea regionale siciliana  
Nelle prime elezioni dell’Assemblea regionale siciliana, svoltesi il 20 maggio 1947, il cosiddetto Blocco del popolo, costituito da Pci, Psi e Partito d’azione, si affermò come primo partito, ottenendo il 30,4% dei voti. La Dc, con il 20,5% accusò, rispetto alle elezioni per la Costituente del 1946, una perdita di oltre il 13%. Il Mis riportò solo l’ 8,8% dei suffragi, preceduto nell’area dei raggruppamenti di destra, dal Partito nazionale monarchico (9,5%) e dal Blocco democratico (14,8%).

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Mario Mineo  
Mario Mineo aveva appena vent’anni nel 1943 e tuttavia svolse in quel periodo un ruolo importante. Militante socialista, non trovò spazio nel suo partito troppo dogmaticamente legato a una visione centralistica dello Stato. Mineo invece riteneva urgente una politica autonomistica e per questo si avvicinò al Partito comunista, più aperto a queste istanze. Rimase tuttavia un eretico, nel corso di tutta la sua vita politica.  
La sua lettura del separatismo era la più radicale nell’indicare la matrice reazionaria di questo fenomeno, ma più accorta era l’analisi di Mineo circa l’uso che le forze moderate unitarie si apprestavano a fare del separatismo, agitandone il pericolo e la vocazione eversiva in modo da aumentare la propria forza contrattuale nell’ambito politico nazionale. Ciò che puntualmente avvenne sotto la guida di La Loggia e di Aldisio. Mineo tentò di collegare le istanze autonomistiche ad un progetto di profonda riforma sociale; la sua concezione dello Statuto, radicalmente diversa da quella che venne accolta, si basava su enti locali dotati di ampia autonomia, utili alla liberazione di quelle energie popolari capaci di mettere in moto un processo democratico per la Sicilia e per il resto del paese. Gli Scritti politici di Mineo sono stati pubblicati dall’editore Flaccovio di Palermo, a cura della famiglia e degli amici. 

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  Sommario
   
  Miti di fondazione
  Il separatismo, un fenomeno congiunturale
  La repubblica siciliana e gli Alleati
  “Il fascismo malattia del Nord”
  L’ecosistema latifondistico
  Antonio Canepa e il sicilianismo dei ceti medi
  Gli alleati e la parentela normanna
  Mafia e ammassi granari  
  Il dibattito sul decentramento
  L’autonomismo di Enrico La 
 Loggia
  Il ritorno all’Italia
  Il Movimento indipendentista siciliano
  Le rivolte del “non si parte!”
  I decreti Gullo
  La difficile ricerca di un autonomismo democratico
  La nascita della Regione
  Portella delle Ginestre
  Il riparazionismo
   
   
  Autore
  Bibliografia
  Glossario
 
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